mercoledì 24 luglio 2019

SIMENON SIMENON. IL ROMANZIERE E IL RAZZISMO

I suoi viaggi in Africa equatoriale, in America centrale, in Polienesia e le discriminazioni incontrate

SIMENON SIMENON. LE ROMANCIER ET LE RACISME
Ses voyages en Afrique équatoriale, en Amérique centrale, en Polynésie et les discriminations rencontrées
SIMENON SIMENON. THE NOVELIST AND RACISM
His travels in Equatorial Africa, Central America, Polynesia and the discriminations encountered 



Il tema è di quelli trattati più volte. Di solito per Simenon si fa riferimento alle accuse di aver avuto rapporti con i nazisti durante la seconda guerra mondiale. Nazismo uguale razzismo-antisemitismo e così Simenon, per aver venduto diritti dei suoi romanzi alla casa di produzione croce-uncinata Continental, è rimasto con le mani impelagate in questa velenosa melassa e, prima di pulirle del tutto, c'è voluto parecchio: un oceano di mezzo, dieci anni in America, una  vita diversa, addirittura con una nuova moglie...
Poi c'è la storia della serie di articoli scritti su La Gazette de Liège intitolata "Le Pèril Juif", lì il razzismo indubbiamente c'entra. Ma pochi fanno notare che Simenon scrisse quelle cose quando era molto giovane, aveva quasi diciott'anni... e quella, si sa, spesso è l'età degli estremismi. Comunque è un fatto su cui Simenon è tornato, sia pure molto tardi, scrivendo una lettera a Jean Christophe Camus nel 1985: "...vi segnalo poi una cosa che può avere una certa importanza. Si tratta di due o tre saggi che scrissi sui Savii di Sion. Questi articoli, in effetti, non riflettono il mio pensiero d'allora né di oggi. Era un'ordine e io ero tenuto ad eseguirlo. Nello stesso periodo, tra gli affittuari polacchi e russi di mia madre, più della metà erano ebrei con cui io andavo perfettamente d'accordo. In tutta la mia vita ho avuto degli amici ebrei, compreso il più intimo di tutti, Pierre Lazareff. Quindi non sono affatto anti-semita come quegli articoli commissionati potrebbero far pensare...".
Questo afferisce alla sua vita personale, per la quale, se vogliamo essere completi, occorre aggiungere che Simenon nel 1940 fu nominato, dall'Ambasciata del suo paese, Alto Commissario ai rifugiati belgi che arrivavano in Francia in seguito all'invasione del Belgio da parte della Wehrmacht. E per tre mesi si occupò di sistemare i profughi che raggiungevano il porto de La Rochelle, trovare loro un posto per dormire, cibo, generi di prima necessità a uomini, donne, bambini. Girava di continuo per tutta la regione, per poter dare la miglior accoglienza possibile proprio alle vittime del nazismo. 
E quando fu lui stesso accusato di avere ascendenze ebree? Nel 1942 i servizi di sicurezza collaborazionisti della Vandea, stavano compilando un elenco di tutti gli ebrei della regione. Arrivati a casa di Simenon, lo interrogarono. Simenon riportò il dialogo con l'agente del servizio sicurezza, nel suo Mémoires intimes: 

"- Voi siete ebreo, vero?
- Siamo cristiani di padre in figlio e da molte generazione appare il termine "cristiano" tra i nostri nomi.
- Simenon viene da Simon?
- Ah!
- E Simon è un nome ebreo.
- Io vi assicuro...
- Non so che farmene delle vostre assicurazioni. Mi servono delle prove.
- Posso farvi vedere che non sono stato circonciso.
- Certi ebrei ormai non la praticano più... Piuttosto fate del mercato nero?
- Non ho mai venduto altro che i miei diritti d'autore...
- Del prosciutto, del burro...
- Ne ho comprato solo per il nostro consumo, ma non ne ho mai venduto.
- Voi siete ebreo!... io non mi sbaglio mai... Io sento un ebreo a dieci passi... Vi concedo un mese per i certificati di nascita dei vostri genitori, dei vostri nonni e dei vostri antenati... Ho detto un mese. E non cercate di fuggire. Vi teniamo sotto controllo..."
Simenon é spaventato. Tanto più che documentandosi scopre che questa faccenda del suo cognome derivante da quello ebraico di Shim'on, è vera. Dovrà faticare e sudare non poco, nel tentativo di rimediare quelle carte che solo la madre e il fratello, che erano a Liegi, avrebbero potuto ottenere dalle autorità belga, anche quello un paese occupato dai nazisti. E infatti le carte non arrivarono, ma intanto i suoi primi affari con la Continental, sembrarono mettere in secondo piano il problema del suo cognome.
E i negri? Diciamo negri e non neri perché questa allora era l'espressione corrente. Ma anche perché Simenon scrisse un romanzo intitolato appunto "Le Negre" (1957). Ma la vicenda è più che altro centrata su Theodore, un bianco, un uomo piccolo, piccolo, che sogna di poter ricattare l'assassino del negro del titolo, che lui ha visto compiere l'omicidio. Ma Theodore è un balordo, non riesce nel suo intento e, dopo una serie di vicissitudini, i suoi sogni di gloria svaniranno e dovrà tornare alla sua solita misera vita.
Ne Le coup de Lune (1933), abbiamo una più chiara e netta presa di posizione. Simenon condanna in modo inequivocabile il colonialismo belga e francese in Congo, costituito da una società dominante che ha perso punti di riferimento, che non siano quelli dell'alcol e del dominio degli indigeni. Una classe dirigente in disfacimento e dei comportamenti che ispirano nell'autore una forte reazione anti-razzista e che fa intravedere una decomposizione anche dell'istituzione coloniale. Perfino Gide, ch conosceva bene l'ambiente, riconobbe l'aderenza del romanzo simenoniano alla reale situazione in Congo. 
Come si vede il rapporto tra le convinzioni di Simenon e il razzismo è complesso, da una parte era comunque figlio del suo tempo, con le stupidaggini che si possono dire e fare a diciotto anni, ma quando la sua voglia di conoscere altri luoghi e altre culture lo portò nell'Africa Equatoriale, non poté che constatare l'insopportabile dominazione dei bianchi sugli indigeni la cui disapprovazione possiamo constatare sia nei suoi reportage pubblicati sui quotidiani che nei suoi cosiddetti romanzi africani.

Maurizio Testa

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