domenica 21 aprile 2013

SIMENON. L'UOMO INVISIBILE

Una short story di Cristina De Rossi 
che ci propone una storia centrata sul famoso 
"passaggio della linea" simenoniano, 
ma qui questa linea viene passata più volte... 
Ricordiamo che chiunque volesse scrivere 
una short-story  per questa rubrica 
può inviarcela al nostro indirizzo

simenon.simenon@temateam.com










L'UOMO INVISIBILE
di Cristina De Rossi



Sonnecchiava sulla poltrona del suo ufficio. Erano quasi le sette, l'ufficio era oramai quasi vuoto. Lo animavano solo i rumori e le voci degli addetti alle pulizie.
Lo stordimento che lo attanagliava non impediva al suo cervello a girare senza sosta intorno a quell'unico pensiero. Quella maledetta telefonata...
- Ciao!... Oh, allegro! E' fatta... Chaubert è fuori gioco. Domani la sua "storia" con Eveline arriverà alle orecchie del presidente...
- Ma.. cosa...
- ...e fammi parlare. Non capisci che il vecchio pende dalle labbra di quella sciaquetta... Figurati come si  infurierà quando saprà della tresca con Chaubert... Ormai è, furori, fuori ti dico... il posto di Direttore è tuo...
- Rimbambito, sono io Chaubert.
L'altro aveva immediatamente interrotto la comunicazione.
Gli era sembrata la voce di Julliard, il consulente legale antipatico a tutti e che Morin era ruscito a far entrare nelle grazie del President Dumont.
Ma non ne era del tutto sicuro... Julliard non era uno stupido... Uno sbaglio così! Una telefonata del genere... Strano, molto strano... Oppure era stato fatto apposta? A che scopo? Quei due tramavano sempre qualcosa... Era stato ore a rimuginare quella cosa...Era tutta una macchinazione? L'auto di Eveline rotta... il passaggio che lei gli aveva  chiesto, non per andare a casa sua, ma da un'amica che, guarda caso, abitava proprio vicino casa di Chaubert. Poi la sosta in quel bar-pasticceria con la scusa che doveva prendere una torta... dove alla fine si erano seduti per bere un aperitivo...  E quell'abbraccio inaspettato... Eveline non era mai stata così espansiva con lui...
Cosa dimostrava questo?... Forse gli avevano fatto delle foto e poi volevano farle avere al Presidente?...
Quella sera l'aveva anche rimproverato la moglie. Era arrivato tardi a cena e aveva dimenticato di comprare quelle due o tre cose che gli aveva commissionato.
Lui come al solito aveva brontolato qualche parola e poi si era chuso nel suo solito mutismo... Pensava a quello che gli era successo... Eveline era sicuramente attraente e desiderabile, ma era conscio di non essere fatto per lei... gli anni che li separavano, la mentalità, il fatto che lei faceva la smorfiosa con tutti, ma con lui aveva solo un corretto rapporto di lavoro... cortese, ma fredda. Lui quindi si era costruito una serie di autoconvinzioni su du lei... una un po' stupida, una che, se non fosse stata così attraente, sarebbe finita a fare la commessa in un negozio polveroso e non la segretaria del presidente in una grande società.
Poi doveva anche essere antipatica...e poi era troppo magra... Insomma la aveva impacchettata in un" incartamento" di giudizi negativi e l'aveva messa da parte.
Poi al suo primo richiamo, era scomparso tutto e aveva ceduto su tutta la linea.
La mattina dopo, fredda e cortese, l'aveva salutato:
- Dottore la volevo ringraziare per il passaggio che mi ha offerto ieri.. è stato molto gentile. Ecco queste sono le sue relazioni che il presidente ha letto.
Detto questo, aveva girato i tacchi e era sparita per tutta la giornata.
Squillò il telefono.
- Ma sei ancora lì? Sta diventando un'abitudine fare tardi? - era la moglie, acidula comme sapeva esserlo lei - Si può sapere a che ora arriverai?
- Michelle, sto finendo una relazione per il Presidente... non so, forse tra  un'oretta..
- Sbrigati, non sto ai tuoi comodi... Tu stai lì a lavorare per lui anche la notte...
- ... macchè la notte... solo un paio di volte e poi sono appena le nove...
- Tu sfacchini per lui e voglio vedere "il tuo presidente" chi farà Direttore. Ci mancherebbe che nominasse quel Morin... Sbrigati...
E attaccò.
Provò ad alzarsi... le ossa gli facevano male... era stato troppo seduto in quella posizione contorta. Fece qualche passo. anche la testa gli doleva... Ma quello che lo infastiva di più era quel sordo risentimento per essersi fatto incastrare in quel modo... Già... se fosse stata vera l'ipotesi delle fotografie, avrebbero anche potute spedirle a sua moglie, magari se avesse accennato a qualche reazione per smascherarli...
Pensò un attimo a sua moglie con quelle foto in mano. Smise subito.
Si sentiva all'angolo. Impossibilitato a muoversi.
Uscì traballante e confuso dalla sua stanza. Il corridoio era in penombra ormai la squadra delle pulizie era al piano di sopra e i rumori arrivavano attutiti.
Una fessura di luce tagliava il buio del corridoio di traverso. Veniva dalla stanza di Morin. Si avvicinò... la porta socchiusa... stava al telefono... Ma la voce era un soffio... per un attimo ebbe la sensazione che non fosse quella di Morin...
Non capiva le parole, ma gli sembrava di cogliere un tono conclusivo.
Pensò che sarebbe presto uscito dalla sua stanza e decise di aspettarlo nell'atrio, al pian terreno dietro una delle grandi colonne e lì affrontarlo.
Scese giù, si appostò e aspettò. La guardia giurata sonnecchiava nel suo bugigattolo. Da fuori giungeva il rumore di un traffico sempre meno intenso.
Era circa mezz'ora che si trovava lì e non era successo nulla. Allora risalì le scale... piano senza fare un rumore.
Ma c'era qualcuno che scendeva anche lui senza fare rumore. O quasi.
Solo un piccolo colpo attutito e ripetuto. Continuò a salire ancora più furtivamente. La scala svoltava. I piccoli colpi continuavano regolari...
Ancora qualche gradino... Scorse appena la sagoma nel nel buio delle scale.
Quel profumo, quel bastone... urlò.
- Julliard!
Quello per lo spaventò fece un salto, perse il bastone che finì tra le mani di Chaubert. Questi istintivamente lo parò davanti a sè, per ripararsi dal corpo di Julliard che perso l'equilibrio e perso il suo bastone stava rotolando giù per le scale. Il suo corpo incontrò il bastone che si spezzò, ma che complicò la caduta di Julliard che fini scivolando giù fino alla svolta delle scale.
Immobili. Chaubert era pietrficato incapace di fiatare. Julliard scompostamente sdraiato sulle scale a testa in giù.
Passarono secondi, minuti, decine di minuti. Chaubret non avrebbe saputo dire.
Nel suo stordimento.... scese le scale... passò vicino a Julliard, immobile e molle. Continuò a scendere. Gli scalini erano bagnati. Gli ci volle un po' per capire che era sangue. Lasciò le sue orme fino alle porte. Si diresse verso la sua auto. Mise in moto. Si diresse, verso la periferia...
Arrivò ai primi lembi della campagna... Abbandonò la vettura e iniziò a camminare.
Era scappato! La peggior scelta che potesse fare. Lì in ufficio c'era un uomo a terra... Avrebbero fatto un'inchiesta, la polizia, Morin sotto pressione avrebbe sicuramente confessato tutto... l'inganno per incastrarlo, i meccanismi... anche le foto, certo. Avrebbe certamente tirato fuori quelle foto... sua moglie le avrebbe viste e chissà cosa avrebbe detto... avrebbe preteso subito la separazione e poi il divorzio.
Ma lui era innnocente! Era stato solo un banale, stupido incidente, su una scala al buio. Uno che sale, l'altro che scende con il bastone, zoppicante, malfermo... tutto doveva concorrere a dar corpo alla versione dell'incidente.
Ma lui era scappato. Gli inquirenti si sarebbero chiesti perché lui fosse scomparso. Morin avrebbe mentito giurando sui figli, la moglie e perfino sulla testa della vecchia madre. Una menzogna dietro l'altra... ognuna mezza menzogna mezza verità ma tutte che indicavano la colpevolezza del suo collega Chaubret.
Chi sparisce ha sempre torto, ha qualcosa da nascondere, avrebbero creduto a Morin e non a lui.
Anche se fosse tornato ad urlare la verità.... Ma ormai era tardi... Camminava, camminava, andava avanti fino a stordirsi, passavano campi,  qualche piccolo borgo, passò un ponte... avrebbe voluto buttarsi giù, ma era troppo basso. Superò il ponte, e superò anche l'idea di suicidarsi. Camminò ancora, le case erano sempre di più... la strada iniziò a presentare ai suoi lati due marciapiedi, le case erano attaccate una all'altra. C'erano botteghe, negozi, persone che camminavano in fretta, anche sulla strada si vedano macchine, camioncini, qualche autobus... Scorse l'insegna di un bistrot. Si sedette e ordinò una birra.
Allora si rese conto che era quasi il tramonto e che aveva camminato tutto il giorno... Tutt'a un tratto sentì una stanchezza incredibile. Anche la testa gli pulsava. Star seduto non gli dava conforto. La birra non lo dissetava. Il pensiero sempre lì su quelle scale, quel corpo immobile. Era la fine della sua vita... il lavoro, il matrimonio, la sua carriera... Non aveva figli. Per un istante questa mancanza che sempre l'aveva angustiato, gli dava un gran sollievo. Pian piano una stanchezza s'impadronì di lui e non solo quella fisica. Era stanco di quella vita... ad un certo punto credette di aver tutto ben chiaro. Basta con quell'ufficio, non voleva più vedere la moglie, non ne poteva neppure più di quella città gretta, provinciale, inospitale... sì, inospitale. Ad un certo punto pensò al carcere come ad un oasi... non avrebbe avuto le cosidette libertà... ma lui era davvero un uomo libero? Regole e capi in ufficio, regole e rampogne a casa, nessun ideale, nessuna aspirazione... una vita che valeva la pena di vivere all'ombra di tutti, sepolto in prigione... E poi ci sarebbe stato un processo. Lì avrebbe potuto dire tutto quello che voleva, alla moglie, a Morin... anche al Presidente....
Con un sforzo sovrumano finì la birra, pagò, uscì. Cercò un taxi e si fece riportare in città. Lo scaricò dove aveva lasciato la sua macchina... Entrò, la mise in moto, e si diresse dritto in ufficio. Lì avrebbe chiamato la polizia  e avrebbe fatto una scenata memeorabile.
Parcheggiò davanti allo scalone che saliva al portone. Salì si trovò nell'androne
era sera, ma c'era un insolito vivavai, a quell'ora c'era ancora il portiere al suo bancone.
Lo salutò come sempre.
Salì su al suo ufficio, le scale erano sbarrate, prese l'ascensore.
Arrivato al piano ufficio, incontrò Eveline. Lei lo guardò come se non lo vedesse da dieci minuti.
- Ha saputo dottore, vero?...
- Beh sì... povero Morin...
- Morin?
- Sì l'incidente...
Rispose meccanicamente.
- Già... ora pensavo a Julliard...
- Incredibile due incidenti in un giorno. Uno che scivola per le scale, batte la testa... con quella gamba, quel  bastone... ma perchè non ha preso l'ascensore? Ah... certe volte per una stupidaggine.... invece Morin era appena sceso dalla macchina e quel motociclista l'ha preso come un fuscello e l'ha sbalzato di venti metri!... Incredibile... in un momento, morti tutti e due...
Chabret non sapeva che dire. Ma Eveline non si fermava...
- Senta oggi con questa confusione ho scordato di dirle che ha chiamato sua moglie, ma le ho raccontato quello che era sccesso e lo scompiglio conseguente e che in quella confusione non si trovava nessuno...
- Sì, mia moglie...
- Ah e poi il presidente mi ha detto che domani mattina dovrebbe parlarle... prima delle dieci...
- Grazie, Eveline.
Lo lasciò lì... sulla porta del suo studio.
Entrò e compose il numero di casa.
- Ah, sei tu... siete ancora tutti sottosopra lì, c'è ancora la polizia?... Mi ha raccontato tutto Eveline... - per la prima volta nella voce acidula della moglie gli parve cogliere una sfumatura di ansia - Tu... tutto bene? Devi aver passato una nottataccia...
- Beh sì... capirai con queste tragedie... siamo tutti sottosopra - poi gli venne un'idea e chiese -  E' poi venuto a casa quel commissario di polizia... sì, come si chiama... eh no, ora non me lo ricordo...
- No, qui non si è visto nessuno...
- Va bene, tanto se non ci sono altre complicazioni...tra un po' torno a casa.
Poi uscì dal suo ufficio, andò su e giù per i corridoi, andò al piano di sopra. Incontrò colleghi segretarie, incrociò un paio di poliziotti... Nulla. Tutti si comportavano in modo assolutamente, normale... come se lui fosse sempre stato lì... Possibile che nessuno si fosse accorto della sua assenza? E le sue impronte di sangue lasciate nell'atrio?
Avrebbe saputo poi che il commissario che conduceva l'inchiesta si era arrabbiato moltissimo con il portiere. Questi quando aveva preso servizio la mattina non aveva notato nulla sulle scale. Ma aveva invece visto quelle macchie nell'atrio. Aveva dichiarato che un po' c'era poca luce, un po' perchè il sangue si era coagulato e a lui era sembrato fango o terriccio... Aveva pensato in quella squadra delle pulizie sono tutti sfaticati... E così, per non prendersi una lavata di capo da qualche dirigente, aveva afferrato un secchio di acqua saponata, spazzolone e straccio e aveva pulito tutto. Poi aveva lavato lo spazzolone e buttato via lo straccio, portato chissà in qualche discarica dal camion della mondeza che era passato poco dopo a raccogliere i rifiuti della giornata prima. Così quando erano arrivati impiegati e dirigenti tutti trovarono pulito, come al solito.
Insomma l'inchiesta andava confermando l'incidente mortale dello zoppicante Julliard, quanto a Morin era morto non avrebbe potuto più essergli di nessun nocumento. La moglie non si era nemmeno inquietata. E il direttore voleva parlargli... Si trattava della promozione a direttore?... Non voleva pensarci, come non voleva pensare a tutta quella storia, a tutte le idee che si era fatto...
Arrivò a casa. La moglie lo aspettava nell'ingresso.
- Come stai? Che brutta cera hai... devi essere stanchissimo, ti ho preparato un bagno caldo...poi, immagino, vorrai andare a dormire, no?
- Hai proprio ragione... sono distrutto sorpreso dall'atteggiamento della consorte.
Immerso nella vasca, era preso da strani pensieri... si sentiva come in una realtà irreale... Poi meccanicamente, uscì dalla vasca, si asciugò, infilò il pigiama e andò dritto a letto. Era stanchissimo di una stanchezza mai provata, si buttò pesantemente sul letto, ma non cadde in un sonno profondo. Era come se avesse paura che quello fosse tutto un sogno e aveva il terrore di svegliarsi in una realtà diversa...

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