domenica 27 aprile 2014

SIMENON SIMENON. E GEORGES ENTRA ANCHE NELLA PELLE DEL... LETTORE


"Ho sempre avuto voglia di scrivere un romanzo, come per moltissimi... Vale a dire, quello che io chiamo la ricerca dell'uomo per me era quasi una ricerca di me stesso, poiché io non sono che un uomo come gli altri...".
Così diceva Simenon nel 1974, in un'intervista a Fracis Lacassin, proprio, dopo l'incidente di Victor, il romanzo mancato che lo aveva indotto a rinunciare alla sua attività di romanziere. Simenon guarda in quel momento con un minimo di distacco la sua opera e la sua vita passata a scrivere. Questa dichiarazione d'introspezione attraverso la scrittura ci dice molto sulla famosa "impellenza di scrivere" più volte dichiarata e più volte ripresa da studiosi e critici. Il non poter far a meno di mettersi nelle storie, nei personaggi, nelle ambientazioni è dato da una forza interna che si traduce in quel famoso entrare nella pelle del personaggio, come se diventare qualcun'altro per qualche giorno, oltre che a scrivere il romanzo, gli permettesse di guardarsi meglio dentro.
"... e uno si mette nella pelle di un altro e non si sa dove questo ti porterà, lo si segue giorno per giorno ed è soltanto all'ultimo capitolo che si viene a sapere qual'é la soluzone del dramma...".
E qui si capisce come, oltre a cadere nell'ormai conosciutissimo état de roman,  Simenon non solo riuscisse a mettersi nella pelle del personaggio di turno, ma entrasse anche un quella del lettore... proprio quello che poi seguirà la vicenda del romanzo... scoprendo personaggi, situazoni e ovviamente senza sapere come andrà a finire.
Forse potrebbe essere proprio questo uno dei motivi del grande successo della sua opera. Questo metodo gli permette infatti di mettersi dalla parte di chi legge, cosa che spiegherebbe la curiosità, diremmo quasi lo stupore, che traspare tra le righe che Simenon mette sulla carta. Ed é un metodo che finisce per coinvolgere il lettore che scopre i personaggi, che si sente all'interno delle sue ambientazioni, che finisce per immedesimarsi nelle situazioni che vengono raccontate. Insomma mentre scrive Simenon entra nella pelle dei suoi personaggi proprio come faranno poi i lettori con il suo libro in mano.
"...Qualsiasi uomo è il protagonista di un romanzo - precisa lo scrittore - perché la vita di ciascun uomo è un romanzo...".
E così Simenon entra nella pelle del lettore, inconsciamente, come inconsciamente si identifica con suoi personaggi. E l'inconscio è centrale nella letteratura simenoniana "...parlo del romanzo del subconscente. Perché io divido i romanzi in due tipologie: ci sono dei romanzi scritti con l'intelligenza, la sensibilità, la poesia... e ci sono dei romanzi letteralmente scritti dal subcosciente...".

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Scrittura, nascita e morte. E poi, vivere. Prima di andare avanti, potremmo mettere in ordine le tre parole iniziali:nascita, scrittura e morte. Ma non sempre la morte coincide con l'ultimo giorno di vita di una persona. Perciò scrittura e scrivere, mettere mano all'atto della scrittura. Scrivere non è, per varie ragioni tra cui, anche quella più elementare, un mezzo di cui tutti gli esseri umani adoperano. Scrivere inizialmente è un modo per guardare la propria timidezza. Successivamente, cioè giorno per giorno, scrivere diventa un impellenza che contrasta con l'interno e l'esterno di se stessi e quelli altrui. Scrivere è uno specchio visibile e invisibile in cui guardarsi attraverso la propria maschera e quella fantasiosa dei personaggi che quando non sono stereotipi urlano di vita propria. Scrivere significa morire e nascere in continuazione. E ciò permette di guardare nel proprio baule di famiglia e personale. Capire vuol dire morire e inventare dei personaggi serve a questo. Scrivere da un lato ci permette di uscire fuori, oltre l'uscio di casa, il cortile, il vicolo e la piazza, il quartiere, il paesino, la città piccola e grande e poi fuori ancora più fuori, quasi in un mondo sconosciuto; dall'altro scrivere ci permette di scendere nel sottosuolo del corpo e dell'anima, cioè le nostre sensibilità, e avventurarci nella solitudine per guardare il buio e l'oscurità oltre cui c'è la paura. Scrivere è come l'impasto del pane: c'è chi si ferma all'oralità(una volta di più perché c'era più analfabetismo e ignoranza?)e chi piano piano, senza esserne un professionista della scrittura, scrive, cancella e riscrive. C'è un momento in cui scrivere è come barare a carte. E poi scappa che bisogna riordinare il tutto come in tutte le faccende di casa, compresa la scrittura.

Sono l'Anonimo e mi chiamo Armando T

Anonimo ha detto...

Scrivere è scandagliare, persino quando si descrive e si raffigura attraverso l'immaginazione. La stessa realtà, descrivendola, diventa strumento di indagine. Il romanziere, un investigatore, morso dal demone della verità, in assoluto, non tiene conto di nessun impedimento umano per giungere alla scoperta della verità conclamata. Quando si indaga e si giunge a una verità bisogna che la verità sia portata alla conoscenza di tutti i cittadini di ogni ceto e classe sociale. Il romanziere attraverso un suo personaggio principale, indagando e speculando con l'intelligenza e la deduzione giunge alla verità; così come vi giunge il filosofo, indagatore per eccellenza, della mente speculativa e raziocinante dell'uomo. Il lettore comune, semmai con la passione privata della scrittura, legge i romanzi di G. Simenon o di altri e si chiede del perché accadono drammi umani che pare non insegnino all'umanità intera. Certo, un delitto o altri efferati gesti hanno uno/a o più colpevoli, ma quasi ogni giorno si assiste, guardando la Tv e leggendo i giornali, al ripetersi di un omicidio che rimane incastrato in un nucleo ben delimitato e da cui tutti gli altri sono esclusi e possono dormire sonni tranquilli. Forse il lettore è colui che dorme sonni tranquilli. E si aspetta con trepidazione il prossimo romanzo inedito di Simenon e anche del suo epigono, il nuovo ... che rimpiazzi il vecchio ... ma insuperabile George.

Armando T