sabato 26 marzo 2011

SIMENON. BETTY... ANCORA WHISKY, PER FAVORE


Riceviamo da Paola Cerana, che chi ci segue ha già conosciuto, un suo commento su uno dei romanzi più  famosi di Simenon, Betty (1960). La sua è una visione particolare e coinvolgente che merita di essere letta anche perchè affronta la vicenda di questa donna in un modo davvero originale. "Simenon-Simenon" ha il piacere di condividere con voi questa "chicca".


Elisabeth Etamble, nata a Foyet, 28 anni, professione casalinga, domiciliata a Parigi, in Avenue de Wagram 22 bis … viene raccolta come una bestia malata sul pavimento della Buca, una bettola squallida e fumosa, in una notte di pioggia. Come ci sia finita lì non lo sa. E’ talmente ubriaca da non sapere più nemmeno chi sia l’uomo ambiguo che le sta seduto accanto, che le dice cose senza senso, stringendole minacciosamente la mano mentre le versa da bere.

Betty, così la chiamano, si sente risucchiata in uno stato d’incertezza ideale, non sa niente di niente, né di quella notte, né di quella precedente, e nemmeno immagina i giorni seguenti. Semplicemente se ne infischia. Solo del whisky le importa, l’unica vera via di salvezza per non pensare alle smagliature sui collant, all’odore di uomo che le sta appiccicato sull’abito sgualcito e sulla pelle sporca sotto il trucco sfatto … da quanto non fa un bagno? … ancora whisky per favore!

Deve bere per non pensare agli sguardi degli avventori, avidi, unti e curiosi, che frugano sotto i suoi vestiti e in silenzio la crocefiggono senza offrirle possibilità di fuga. Betty non sa esattamente da quanti giorni vaga in quello stato d’incoscienza, forse tre. La luce e il buio si sono susseguiti e rimescolati senza importanza, fuori e dentro la sua testa.

Da bambina, a volte nel suo letto, faceva lo stesso gioco: si rannicchiava in se stessa, ad occhi chiusi, soprattutto quando aveva la febbre, cercando conforto nel proprio calore, arrotolandosi nel proprio odore, nello scorrere del sangue e nel ritmo del cuore. Così, il tempo non esisteva più. Ma se allora si trattava di un gioco voluttuoso e senza vergogna, ora quel senso di abbandono sembra essere piuttosto l’amara rassegnazione ad un ultimo bisogno, una necessità vitale mendicata appena prima del capolinea. Oltre quel capolinea, solo due cose: il manicomio o l’obitorio.

Betty non ne può più. Con la mano incerta, cerca invano l’ultimo bicchiere semivuoto, che maldestramente cade, frantumandosi sulle mattonelle della Buca. Cosciente che tutti la stanno guardando, tenta di ridere o di singhiozzare, tanto fa lo stesso, cadendo rovinosamente a terra, senza però andare a pezzi come il bicchiere. Un tonfo sordo: odore di scarpe, delle gambe di sedie e di uomini, zaffate di alcol e di pavimento sudicio violentano le sue narici e le impregnano i capelli. Poi, improvvisamente, più nulla. Solo la voce di Mario, il proprietario della bettola, e di quella donna bruna, dall’aria vissuta che l’ha fissata tutto il tempo. “La porto via io … al Carlton, con me. … Date la 53 alla mia amica che non si sente bene.”

La sottoscritta Elisabeth Etamble, nata a Foyet, 28 anni, professione casalinga, domiciliata a Parigi, in Avenue de Wagram 22 bis, dichiara di essere stata sorpresa da suo marito e da sua suocera, vedova Etamble, sotto il tetto coniugale, in avenue se Wagram 22 bis, insieme a …


Laure Lavancher, la donna dai capelli neri e dall’aria vissuta, porta via Betty dalla bettola e si prende cura di lei con materna dedizione, senza un’apparente ragione. Si occupa di quel corpo inerme, minuto e delicato, disteso nel letto della camera d’albergo accanto a quella dove lei abita da anni. Lo ripulisce con rispetto, fin nelle sue pieghe più intime, consapevole di non potere lavare le ferite più profonde che nasconde. Finalmente, forse per la prima volta in vita mia, qualcuno si sta occupando davvero di me … pensa Betty, sentendosi passare la salvietta umida tra le dita dei piedi.

Da quel momento, per alcuni lunghissimi giorni, le loro vite s’intrecciano e le due donne, che il destino ha lasciato sole per ragioni differenti, si scambiano confidenze e ricordi, in un torbido risveglio dei sensi, in cui delusione e nostalgia si mescolano amaramente. A scandire lo scorrere del tempo, nella stanza di boiserie azzurra, solo le visite amorose di Mario a Laure, quelle del dottore a Betty e il tintinnio dei cubetti di ghiaccio sul fondo dei bicchieri puntualmente vuoti, come le bottiglie di whisky accumulate sul comodino.

La croce di Betty è quella d’aver avuto sempre fretta di crescere, sin da bambina. E per lei crescere voleva dire avere quella ferita nel corpo, come aveva visto succedere alla sua cugina più grande, montata come un animale dallo zio, di nascosto da tutti. Lei però aveva visto e da allora aveva imparato che le donne erano fatte per questo, per subire quella lacerazione, come una condanna, una punizione. Aveva fretta di sentire male, Betty, e così, per tutta la vita ha rincorso la sua ferita. Finché un giorno si è imbattuta in Guy, un onesto giovane di buona famiglia, che ha avuto la sventura d’incapricciarsi di lei, senza sapere nulla della sua vita. L’ha voluta come moglie e come madre delle sue figlie, snaturando Betty, costringendola dentro una maschera e rubandole la sua natura goccia dopo goccia, come lenti sorsi di whisky, fino a lasciare solo un misero fondo vuoto.

La sottoscritta Elisabeth Etamble, nata a Foyet, 28 anni, professione casalinga, domiciliata a Parigi, in Avenue de Wagram 22 bis, dichiara di essere stata sorpresa da suo marito e da sua suocera, vedova Etamble, sotto il tetto coniugale, in avenue se Wagram 22 bis … rinuncia ai propri diritti di madre e si impegna a firmare in futuro tutti i documenti che …

Non è perché era stata colta tra le braccia dell’amante nella sua stessa casa, a due passi dalla camera delle figlie, che s’è messa a bere. Non è perché era stata scacciata dal marito e liquidata con un assegno dalla ricca famiglia che è diventata un’ubriacona. E nemmeno perché era stata costretta a firmare una dichiarazione con cui rinunciava a tutto, persino al suo diritto di madre. No! Betty ha semplicemente ripreso possesso della sua autentica natura dopo una catastrofe passionale inevitabilmente scoperta, consapevole di non potere mai essere come gli altri, né come gli altri l’avrebbero voluta. La ferita che l’ossessionava sin da bambina non l’avrebbe mai abbandonata. Lei non sarebbe mai stata pulita. Tanto valeva sporcarsi tutta, fino in fondo, per bene, senza possibilità di tornare indietro, diventando definitivamente una prostituta e un’ubriacona.

L’ultima sera al Carlton, però, Betty non ha intenzione di restare lì come un vegetale, intorpidita dai farmaci, mentre Laure e Mario vanno alla Buca a spassarsela. Distesa nel letto, anch’esso immobile come una bara, sente improvvisamente crescere in sé qualcosa di molto vago eppure prepotente, una possibile via d’uscita, forse, oppure la fine, chissà …

Betty, è uno dei romanzi più femminili e torbidi di Georges Simenon, uno di quelli che mi ha coinvolto e sconvolto fino all’ultima pagina, per lasciarmi alla fine con un brivido di fronte a un epilogo che davvero non mi aspettavo. Così, mentre le immagini della storia si rimescolavano ancora calde nella mia mente, ho chiuso il libro e, con un amaro sorriso, ho cominciato a scrivere queste righe per respirarle a modo mio …

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