venerdì 11 marzo 2011

SIMENON, QUANDO PREPARAVA I MAIGRET E I SUOI... CLIENTI

Non c'é dubbio che Simenon man mano che scriveva le indagini di Maigret, abbia voluto ambientare le vicende nei luoghi più disparati e negli ambienti più differenti. In questo modo, nelle oltre cento inchieste, lo ha messo a confronto con un'infinità di tipologie umane, dai ministri e i nobili, ai barboni e i derelitti. In questa schiera appaiono i delinquenti incalliti (che diverranno poi sue vecchie conoscenze) e poveri diavoli travolti da tragiche circostanze che li hanno portati a rubare o a uccidere. E tra tutti questi ci sono i tipi che piacciono al commissario (anche un certo tipo di delinquenti abituali), quelli che gli fanno pena (le sprovvedute vittime del destino) e quelli che non sopporta (quelli per cui la facciata e le apparenze sono tutto, dietro succeda quel che succeda, basta non si sappia).
Qui si potrebbe addirittura fare, anche se un po' tirata per i capelli, un po' di sociologia spicciola e considerare che nelle classi dominanti, tra nobili, politici e finanzieri, Maigret incontra in genere una certa propensione alla doppia morale: pubblicamente irreprensibili e rispettati, corrotti e depravanti nel privato. E anche nell'alta borghesia  trova una certa tendenza a far di tutto, anche l'illecito, per salvare la propria rispettabilità. Nella classe media, quella che vive del proprio lavoro quotidiano, quella che fatica che non ha grilli per la testa, il commissario incontra coloro che qualche volta non ce la fanno e "passano la linea" (ricorrente concetto simenoniano), lasciandosi alle spalle una vita onesta, dignitosa e andando incontro ad una spirale involutiva che li porterà inevitabilmente alla degradazione sociale, alla solitudine e quindi alla delinquenza. E poi ci sono i recidivi che vivono al confine tra legalità e crimine, sempre in bilico tra la galera e la libertà, piccoli furfanti che sono ospiti di 36, Quai des Orfévres come fossero affezionati clienti di un albergo. Infine i professionisti del crimine, quelli che conoscono quali sono le regole nel gioco guardia-e-ladri, sanno fino dove possono spingersi e accettano le conseguenze quando vengono presi con le mani nella marmellata.
Questa d'altronde è una fotografia, per quanto tratteggiata sommariamente, della Parigi e della Francia degli anni '30/'40 (ma non solo), le simpatie e le antipatie di Maigret sono ovviamente quelle di Simenon, in una società in gran fermento e in veloce cambiamento.
E anche in questa visione, le inchieste del commissario non differiscono granché dai romanzi. E' vero che una volta, in un'intervista del '56, dichiarò "Maigret non può entrare nella pelle di un personaggio. Egli arriverà, spiegherà, e capirà, ma non attribuirà al quel personaggio il peso che avrebbe in un altro dei miei romanzi...". Ma poi lo scrittore cade in contraddizione. "...verso la fine (della serie delle inchieste) ho confuso un po' i Maigret con gli altri romanzi - spiegava a Bernard Pivot nell'81 - con i suoi personaggi andavo sempre più a fondo... E poi è faticoso.... In due ore e mezza completare un capitolo di venti pagine dattiloscritte di un "roman dur" è stancante come per un Maigret ". E infine basterebbe leggere il seguente aneddoto per capire davvero l'impegno che Simenon metteva anche nei Maigret, pure se aveva più volte affermato che scrivere i Maigret, soprattutto i primi, era soprattutto stato un divertimento.
"Volete sapere cosa mi è successo esattamente un mese e mezzo fa'? - racconta nel 1970 il romanziere a Gilbert Sigaux e a Bernard de Fallois - Avevo iniziato a pensare durante le vacanze a La Baule al prossimo romanzo, doveva essere un roman dur, come io generalmente scrivo in autunno. Avevo già un'idea della vicenda, una idea un po' vaga, ma già una linea musicale e anche un colore. Ma ogni volta che volevo approfondire i personaggi o che volevo saggiarli, questi sparivano. Mi dicevo: non é possibile, perchè non riesco a tenere insieme i questi personaggi e a integrarli in un'azione? Niente da fare. Poi una mattina, dopo più di tre settimane, alzandomi dal letto, e prima di toccare il pavimento con i piedi, mi sono detto: ma è così semplice, non devo far altro che scrivere un Maigret! Ed è quello che ho fatto. E' stato un Maigret pensato e in qualche modo preparato e  sentito non come un Maigret, ma come un altro romanzo e, per l'ultima volta nella mia vita, partendo da un roman dur sono arrivato ad un Maigret".
Siamo tentati di credere che Simenon si riferisse a La folle de Maigret, finito di scrivere ad Epalinges il 7 maggio del 1970 (d'altronde l'unico Maigret scritto in quell'anno)
Ma sarà stata davvero la prima e l'ultima volta?

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