mercoledì 30 luglio 2014

SIMENON SIMENON. IL SEGRETO DELLA DELLA STANZA CHIUSA

E' un classico dei gialli il mistero della stanza ermeticamente chiusa dall'interno, porte e finestre sbarrate da dentro. Eppure alll'interno c'è un morto. Un morto indiscutibilmente ammazzato da qualcuno. E l'investigatore di turno si arrovella il cervello...
Ma la stanza chiusa di cui vogliamo parlare oggi è quella del Simenon che la mattina si alzava presto e si chiudeva in una camera in cui non aveva accesso nessuno, per lo meno nelle ore che dedicava alla seduta di scrittura. In famiglia lo sapevano tutti che quella porta era inviolabile, ma ad ogni buon conto Simenon non di rado metteva fuori, appeso alla maniglia, uno di quei cartelli che si vedono negli alberghi "do not disturb".
Questo isolamento favoriva evidentemente il suo ètat de roman che non era estraneo ad una concentrazione molto intensa. Ed essere disturbato avrebbe significato tirarlo fuori da quel personaggio nella cui pelle era entrato.
Simenon era un intuitivo, come d'altronde diceva del suo commissario Maigret. Sentiva dei suoni, percepiva delle atmosfere o intravedeva dei colori e qualcosa scattava in lui. E' il mistero della creazione, che per ogni scrittore è un processo diverso.
In quella stanza chiusa succedeva qualcosa di poco comune. Capitolo dopo capitolo veniva fuori un romanzo che aveva il pregio di raccontare storie della gente comune, ma di porre problemi esistenziali e psicologici universali. E, lo sappiamo bene, tutto questo non era frutto di meditazioni e riflessioni. Simenon scriveva così velocemente che non avrebbe avuto il tempo di pensare. Un capitolo al giorno per otto, nove anche dieci giorni nei tempi migliori. Un ritmo che non poteva che lasciar spazio che alla scrittura. E il romanziere non si chiudeva in quella stanza già con un'idea precisa della vicenda da narrare.
Diremmo che inventava scrivendo. O forse meglio, potremmo dire che per lui scrivere era un modo di pensare... di pensare alla storia che doveva raccontare, ai personaggi che la popolavano, ai luoghi in cui si svolgeva... Scrivere era pensare... Simenon, l'uomo che pensava scrivendo. Su questo argomento é stato interpellato più volte e sempre ripeteva la stessa storia. Sappiamo quanto Simenon fosse bravo a curare la propria immagine, ma questo, che potremmo chiamare il nocciolo duro della sua personalità, non era finzione... non era immagine. Era semmai frutto della sua impellenza di scrivere, forse proprio perché questo favoriva la possibilità di riflettere. Da piccolo divorava libri su libri presi inprestito dalla biblioteca di Liegi, dove aveva a disposizione una tessera a suo nome, una a nome del padre e una del fratello. Così poteva prendere libri a sufficienza. E Joseph Vrindts, il bibliotecario, non credeva che leggesse tutti quei libri in così poco tempo, Ma quando il piccolo Georges si mise a raccontargli le vicende lette, dovette ricredersi. E anche quando scriveva letteratura popolare su ordinazione Simenon arrivava a scrivere fino a 80 pagine in un giorno. Una pratica che durò una decina di anni e che sicuramente contribuì all'abitudine di scrivere con un rimo molto serrato. A quel tempo però non si poneva il problema della qualità dei suoi scritti. Ma gradatamente, quando poi passò ai Maigret e quindi ai romans-durs la qualità aumentava il suo peso. Ma in quella stanza chiusa il ticchettìo della macchina da scrivere era sempre veloce, anche quando lettera dopo lettera, parola dopo parola, pagina dopo pagina, capitolo dopo capitolo in una settimana o poco più uscivano dei capolavori. Ma cosa succedeva in quella stanza chiusa?   

1 commento:

Anonimo ha detto...

Nella stanza chiusa, quintessenza della metafora claustrofobica della vita umana, la parola si fa carne. E la carne costituita in frasi, periodo brevi e lunghi, in questo caso meglio secchi come rasoiate, pagine, capitoli e libro di carta, e virtuale. Una storia di carne tra la carta e il virtuale. Evanescenza e tracciabilità dei nuovi segni. Per cui, esaltazione e incubo e, necessariamente, morte, ma prima che il corpo, munito di occhi, mani, cuore e vene e sangue che pulsa e viscere e altri organi vitali, sveli e dichiari il processo accrescitivo dell'esaltazione e del disfacimento nervoso prima di quello cellulare.

La stanza chiusa è di contro il cielo in una stanza, per cui avremo oppressione mentale e fisica ma anche l'unica possibilità di fuga, salvezza e pratica concreta di sopravvivenza nell'immaginazione. L'unica che può aiutarci materialmente in una prospettiva presente e futura, ma anche rispetto al passato, incarcerati nel bene e nel male di una stanza chiusa, è l'immaginazione, la fantasia e la sua utopia e ponderabilità allo stesso tempo.

La stanza chiusa non è soltanto trovare un colpevole, (o i colpevoli come in uno sterminio di massa) cioè colui o colei, in nome dell'amore nuovo che sopprime quello vecchio o pseudo tale, che hanno commesso un delitto, ma è un misura perimetrale di fare i conti con la realtà ma innanzitutto con il cervello umano e le sue direttive.

La stanza chiusa è la fitta nebbia che si dirada scorgendo la realtà, il buio che squarcia la luce del giorno e la densità del pensiero che non viene a patti col non pensiero del non ritorno.

La stanza chiusa è il fiume che trascina nonostante il limite perimetrico della stanza chiusa dell'universo. Dalla terra all'universo, a un vicolo, una strada desolata, una piazza, un palazzo, un appartamento e una stanza nemmeno nel cervello.

La stanza chiusa in cui si suda e quasi si muore ma non prima di aver finito e sfinito le proprie forze. La stanza chiusa senza un prete ma che rimanda agli specchi della colpa del mondo e di sé e della laicità. Cioè i conti con i propri fantasmi e incubi, propri e altrui, individuali, comunitari e di massa.

La stanza chiusa non solo come il fondo del pozzo ma della luce che acceca con le sue pubblicizzate verità.

La stanza chiusa è il corpo a corpo furioso e sanguinario con le parti di sé che agognano la colpa, la punizione, l'impossibile verità e la verità.

La frase della stanza chiusa come inizio per navigare vicino alla costa e poi prendere il largo nonostante il cielo nuvoloso che annuncia tempesta, burrasca e bombe d'acqua e onde altissime.




Armando T