martedì 20 settembre 2011

SIMENON. IL "VICTOR" NON PARTE E... TUTTO SI FERMA

Siamo esattamente al 20 settembre del 1972. Simenon, nella grande villa di Epalinges, a febbraio ha terminato un'indagine del suo commissario, Maigret et M. Charles. Ormai è solo nella sua abitazione principesca. La seconda moglie Denyse da tempo ha definitivamente rotto i legami con Georges (anche se sono ancora sposati). Dei figli, Marc è ormai impegnato nel suo mestiere di regista cinematografico e televisivo e vive a Parigi. Johnny studia legge negli Stati Uniti. Marie-Jo è spesso in giro. Ad Epalinges vive con lui il piccolo Nicolas che ha tredici anni e va ancora a scuola e Teresa la sua compagna.
Lo scrittore si accinge a scrivere un nuovo romanzo. Secondo i suoi rituali, prepara tutto l'occorrente, sceglie un nome come titolo provvisorio,  Victor, che gli è familiare e che ha già dato a diversi personaggi dei suoi romanzi. E poi, come sempre, i soliti elenchi di nomi e cognomi, riferimenti cronologici e geografici sulla consueta busta gialla... qualche appunto.
Victor, avvocato... la moglie Berthe... il figlio Raymond... una famiglia di avvocati...  una moglie che uccide il marito e, scontata la pena, sparisce in Sud America...
La storia é ancora confusa e, come al solito Simenon non sa come andrà a finire.
Pian piano si rende conto che il famoso déclic non scatta, che non è in état de roman, né è entrato nella pelle di Victor.
Alla vigilia dei settant'anni il romaziere prende coscienza che non potrà scrivere né quello né altri romanzi. Cosa è successo?
Simenon come prima risposta non trova di meglio che incolpare Denyse, che ha giurato di distruggerlo come scrittore (aiutata, riuscirà a pubblicare due libri  "Un oiseau pour le chat" e "Le Phallus d'or", autobiografici entrambe, pieni di livore e accuse, alcune false, altre tutte da verificare e tutte contro Georges) tutta presa nel suo delirio di poter diventare lei la M.me Simenon scrittrice.
Ma i motivi veri sono altri, ad esempio la stanchezza e lo stress di entrare per oltre quarant'anni e per centinaia di volte nella pelle dei suoi personaggi... forse Simenon percepì un pericolo, quello di essere sull'orlo di un punto di non ritorno? Quello di perdersi definitivamente nelle sue creature?
Qualche anno prima, prendendo in esame l'ipotesi che un giorno non sarebbe stato più in grado di scrivere, affermò "...Sarà uno choc terribile per me e non vedo come il medico potrà risollevarmi...". E invece non ci fu crisi, sembrò che Simenon subisse passivamente quella situazione come ineluttabile, il segno della fine di una fase, un fatalismo consapevole che contro il destino non si può lottare, proprio come accade ai protagonisti delle sue storie. Anche lui era andato fino alle coseguenze estreme della sua sorte: non scrivere più (vedi anche il post del 23 luglio Simenon. Come finisce un romanziere).
Era un ciclo concluso, i romans-durs, i Maigret, ma anche la sua casa di Epalinges per lui così piena di significati, che lasciò dopo un paio di mesi, tutto ormai era alle sue  spalle.
Ormai era  un uomo qualunque, lui e Teresa, come un coppia qualunque, andarono infatti a vivere in un appartamento qualunque, all'ottavo piano di un grosso condominio a Losanna.
Come scrive il suo più autorevole biografo, Pierre Assouline, "...si sentiva finalmente un uomo come tutti gli altri. Ma era soltanto lui a crederci...".

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