sabato 10 settembre 2011

SIMENON. MONSIEUR TOUT LE MONDE

Si é parlato fin troppo dell’impulso che Simenon, sentiva ad un certo punto di lasciare un luogo dove pure aveva abitato  anni e in cui aveva lavoro, relazioni,  consuetudini. Questo comportamento è stato oggetto delle più diverse interpretazioni da quelle più psicologiche a quelle più contingenti e materiali.
Non v’è dubbio che alla base di questa sua irrequietezza ci fosse da una parte un’attitudine caratteriale, ma concorresse anche la voglia di conoscere posti nuovi, gente diversa e ambienti e mentalità altre, che poi gli servivano come “archivio”  per i suoi romanzi.
Ma come al solito va esaminato caso per caso. A 19 anni decise di lasciare Liegi, un posto da redattore con un buono stipendio, una casa, una fidanzata, per tentare l’avventura letteraria a Parigi, pur consapevole che avrebbe dovuto patire stenti e sacrifici più o meno a lungo. Perché? Beh possiamo dire che la sua determinazione a fare lo scrittore era  molto forte e a quell’epoca Parigi era una calamita per chiunque avesse una qualsivoglia aspirazione artistica. Ma non bisogna scordare che il suo rapporto con la madre non era certo migliorato dopo la morte del  padre e che la raggiunta indipendenza economica (grazie a lavoro alla Gazette de Liége) gli facesse sentire ancora più pesante la convivenza con lei.
Dopo dieci anni a Parigi, nel ’32, si andò stabilire in provincia, nella residenza de La Richardiére, vicino a La Rochelle. Dopo sei anni si spostò di poco a Nieul-sur-mer. Dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale si rifugiò prima a Vervent (1940), sperso nella foresta di Vouvant, e poi si installò nel castello di Fontenay-le-Comte (1941) e infine (1942) a Saint-Mésmine-Le- Vieux in Vandea. Dopo un rientro fugace a Parigi (1945), il deplacement più importante, quello che dopo sei mesi di attesa a Londra, gli permise di raggiungere gli Stati Uniti. In questo caso la motivazione più forte fu l’accusa di collaborazionismo da parte del Fronte di Liberazione Nazionale francese. Simenon non aveva la coscienza del tutto tranquilla e la paura di finire in una lista di proscrizione, gli mise le ali ai piedi.
Ma forse c’era un'altra spinta, anche se non determinante e non completamente esplicitata. La voglia di confrontarsi con gli scrittori statunitensi che, come aveva avuto più volte modo di affermare,
considerava i veri esponenti del romanzo moderno. Anche nel nuovo continente tra Canada e Usa, abitò in almeno sette posti diversi, tranne a Shadow Rock Farm, dove soggiornò per quasi cinque anni.
C’era da pensare che Simenon si sarebbe naturalizzato americano, ma così non poteva essere. Intanto la forte svalutazione del franco e il cambio sfavorevole avevano ridotto e non di poco il suo livello di guadagni. Ma poi c’erano diverse cose in quel paese che pure amava tanto, che gli aveva dato la seconda moglie e altri due figli, che non riusciva più a  digerire. Il puritanesimo, sovente solo di facciata, la discriminazione cui erano sottoposti i neri e la goccia che fece traboccare il vaso: la stagione della persecuzione maccartista. Ma in sottofondo  forse c’era anche un po’ di nostalgia del vecchio continente. Infatti Simenon non aveva sfondato in America come avrebbe voluto (Colpa delle traduzioni? Era percepito come troppo europeo?), mentre in Francia la sua fama cresceva ancora.
E quando tornà, non si stabilì in Francia o al limite in Belgio. No, la sua scelta cade sulla Svizzera, ufficialmente perché ordinata, pulita e tranquilla. Ma non possono essere taciute le motivazioni fiscali, visto che il trattamento riservato a personaggi facoltosi come Simenon era molto, ma molto vantaggioso.  E anche qui girò prima ad Enchandens (1957), poi a Epalinges (1963) nella gran villa costruita apposta per lui, per poi fermarsi nella vecchiaia a Losanna dal ’65 fino alla sua scomparsa.

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