lunedì 19 maggio 2014

SIMENON SIMENON. TV: CALASSO DA FAZIO, PARLA DI SIMENON, MA...

Ieri sera la  tradizionale puntata domenicale di Che tempo che fà, ha aperto con un ricordo di Georges Simenon, reaizzata attraverso, una chiacchierata, meglio quasi un monologo, con il Presidente nonché Direttore Editoriale, ma anche scrittore ("tra i più prestigiosi" come l'ha definito Fabio Fazio), che ha parlato dell'autore, che Adelphi edita in esclusiva in Italia, iniziando dalla famosa intervista del '68 fatta da una serie di medici. Erano quelli svizzeri della rivista scientifica Médicine et Hygiène che, come ha raccontato Calasso, iniziarono quell'incontro domandandogli se lui fosse o meno uno scrittore dell'inconscio, cosa che il romanziere non negò. Da qui Calasso è passato poi a descrivere come nasce in Simenon un romanzo. E così ci ha parlato di quel malessere che precedeva la fase creativa, lo "stato di romanzo" come l'ha tradotto nella conversazione con Fazio...
Adesso diciamocelo francamente, fare le pulci ad un intellettuale come Calasso che oltrettutto da quasi trentanni pubblica i romans-durs e i Maigret di Simenon non è certo cosa né facile, né forse nemmeno simpatica. Ma qualche domanda, scusate, ce la dobbiamo porre lo stesso.
Infatti dopo aver parlato di "Simenon come scrittore dell'inconscio", dello "stato di romanzo" in cui componeva le sue opere, dopo aver parato dei rituali che accompagnavano la sua scrittura (ma di questo tratteremo in seguito), come ha potuto dimenticare il déclic? Capiamo la pressante sintesi che impone la televisione, soprattutto quando in quarto d'ora bisogna raccontare Simenon... Ma questa del déclic non è dimenticanza da poco.
E non siamo certo noi ad affermarlo, ma lo stesso Simenon in un'intervista del '55 con André Parinaud (che tra l'altro dovremmo aver già pubblicato).
"...Concepisco come protagonista, un personaggio della vita comune, con certe opportunità, e il mio problema, il primo giorno, è quello di inserirlo in una situazione tale che, reagendo ad essa, potrà potrà arrivare fino alla fine del suo percorso. Se volete, questa situazione che io ho creato, questo "dèclic", è l'unica parte artificiale del romanzo - sottolinea con chiarezza Simenon - Quello che chiamo "déclic" costituisce il primo capitolo. Può essere la morte del padre. Può essere un  incidente, oppure un quiproquo come in un vaudeville, come nella vita di tutti i giorni. Le "déclic" può essere costituito da qualsiasi cosa possa capitare al mio protagonista, una lettera che non s'aspettava e che cambierà la routine di quella vita a cui s'era rassegnato..."
Insomma questo déclic, unico elemento razionale, in un mare di creatività inconscia, ci pare abbia un'importanza non certo trascurabile nel proceso di costruzione del romanzo simenoniano e ignorarlo, come ha fatto Calasso, non ci è sembrato opportuno.
Parlavamo degli oggetti di cui Simenon si circondava quando scriveva e che Calasso ha interpretato come facenti parte del "rituale". Li ha elencati, ma anche qui con qualche dimenticanza e qualche leggerezza.
Ha citato le quattro dozzine di matite ben appuntite, l'orario ferroviario, l'elenco del telefono (in realtà erano molti elenchi del telefono e non solo di Parigi) e il caffè. Questa del caffè è un'argomento controverso. E' vero, in Quand j'étais vieux (una sorta di "giornale intimo", scritto tra il '60 e i '63, pubblicato poi da "Presses de La cité" nel '70) il romanziere parla del caffè sulla scrivania. Ma questa era un'immagine che voleva accreditare presso il pubblico, soprattutto per distinguersi da quella della sua seconda moglie, Denyse, che era infatti un'alcolista. Ma ci sono foto della sua scrivania, testimonianze di intervistatori e racconti dei suoi ospiti che lo ritraggono e ne parlano fin dagli anni '30,  con un bicchiere e una bottiglia di vino a portata di mano, vicino alla macchina da scrivere.
E poi le pipe.
Come si fa a parlare di Simenon senza citare la pipa? Qualcuno, forse anche lo
stesso Calasso, può ritenere che sia un'iconografia un po' suprficiale, ormai inflazionata, addirittura divenuta un po' stucchevole. Eppure la pipa non è uno strumento che serve a bruciare del tabacco. La pipa è un oggetto con cui si ha un certo rapporto. Si preferiscono alcuni tipi di pipe ad altri. Ci sono delle pipe nella propria collezione che si fumano più volentieri e non sono le migliori, né le più costose. Il fatto che una pipa quel giorno tiri bene, non bruci troppo in fretta o non si spenga di frequente, può influenzare l'attività che si sta svolgendo e addirittura l'umore del fumatore... oppure può essere l'umore che ne influenza il buon funzionamento... Fatto sta che, come per ogni fumatore, anche per Simenon il rapporto con le sue pipe non è così superficiale e marginale come si potrebbe credere e comunque non fino al punto di ignorarle.
Passiamo alla questione del calendario di cui l'editore dell'Adelphi aveva portato un esemplare in studio, dove erano segnati i giorni della scrittura. Anch'esso faceva parte del rituale: giorno per giorno Simenon segnava una croce su una casella. In sette giorni, ha spiegato Calasso, Simenon  scriveva un romanzo. aggiungendo che gli otto giorni segnati sul calendario, inquadrato dalla telecamera, erano una sorta d'eccezione.
Altra piccola precisazione. Intanto va specificato che Simenon era solito scrivere un capitolo al giorno (se parliamo del periodo dal '31 in poi quando si dedicò ai Maigret e ai romans-durs). Ora capitava che l'état de roman (quello che Calsso ha tradotto come "stato di romanzo") era anche creare un vuoto in sé stesso per entrare nella pelle del protagonista di turno. Una fatica psichica e fisica che lo faceva calare di quasi un chilogrammo ad ogni seduta di scrittura. Quando non aveva ancora trent'anni, le sue forze gli consentivano di rimanere in quello stato per almeno una dozzina di giorni. Ecco perché i suoi primi romanzi avevano quasi tutti dodici capitoli. Poi con il passare del tempo e l'avanzare dell'età, la resistenza di Simenon diminuiva e negli ultimi tempi (gli anni dal '60 al '72) i romanzi arrivavano appunto a sette capitoli. Simenon non riusciva a restare in état de roman più di una settimana. Anche qui ci sono le parole di un giovane Simenon in un intervista a J.K. Raymond Millet de Le courrier cinématografique, nel '31  "...i miei romanzi hanno generalmente dodici capitoli. Scrivo un capitolo tutte le mattine, non di più. Questo mi richiede al massimo un'ora e mezza; ma poi mi sento "svuotato" per tutto il resto della giornata...".
Ci siamo già dilungati abbastanza. Un ultimo appunto lo dobbiamo a quella che chiameremmo un necessaria furbizia del mestiere. E qui Calasso non c'entra nulla. Infatti mentre lui parlava della storia d'amore tra Simenon e Josephine Baker, veniva proiettata una foto in che ritraeva lo scrittore e la starlette al tavolo di un locale lui, in frac, rivolto verso di lei e Josephine che gli faceva divertita gli occhi storti. Peccato che quella foto non testimoni un serata  tête-à-tête tra i due. La foto proiettata è tagliata, ma quella orginale rappresenta una tavolata con altri amici e soprattutto con, a fianco dello scrittore, la sua prima moglie Tigy.
Stessa tavola qui con Tigy, tagliata nell'altra





2 commenti:

Anonimo ha detto...

Ieri sera quando mi figlio Claudio mi ha chiamato per dirmi che nella trasmissione di Fazio c'era un certo signor Calasso che avrebbe parlato di Simenon, mi son messo davanti al televisore e subito, qualche giorno fa sono andato alla prima pagina del tuo blog, per cui qualcosina la sapevo già, ma mi sono detto che lì, da Fazio, a parlare di Simenon, doveva esserci Maurizio Testa. Insieme al suo ricco e documentato blog e al libro da lui scritto, intitolato, per i telespettatori che non lo sapessero: Maigret e il caso Simenon. E poi mi sono chiesto: I curatori del programma e Fazio stesso hanno invitato Calasso per il ruolo che egli occupa in Adelphi? o semmai perché Calasso conosce lo scrittore e l'uomo Simenon. Forse sarebbe stato opportuno dare più spazio e approfondimento nella trattazione dell'inventore di Maigret e alla sua opera nel suo complesso. Forse si è voluto fare pubblicità alla casa editrice Adelphi: insomma la pubblicità è l'anima del commercio?

Armando T.

PS: Maurizio, hai scritto un post ottimo, esauriente e particolareggiato.

ciao

Maurizio Testa ha detto...

Grazie Armando. Ma così va il mondo.Il signor Calasso è stato uno dei fondatori dell'Adelphi diciamolo, una delle più sofisticate case editrici italiane (ora in mano alla Rizzoli), e visto che da quasi trent'anni pubblica Simenon (grazie all'intercessione di Fellini grande amico di tutti e due), era scontato che Fazio chiamasse lui e non me. Certo in poco tempo non si può dire tutto, forse avrebbero dovuto concordare un argomento ben delimitato e forse Calasso poteva essere più preciso, questo sì. Grazie comunque per il tuo apprezzamento e grazie di seguirmi con il libro e sul blog.