giovedì 16 febbraio 2012

SIMENON. COSCIENTE O INCOSCIENTE... QUESTO E' IL PROBLEMA

Etat de roman. Trance creativa. Stato di grazia. Incoscienza narrativa. Quante sono le definizioni che Simenon, la critica, i biografi hanno usato per identificate quei momenti di "assenza da sé" che lo scrittore ha sempre indicato come quelli durante cui scriveva i suoi romanzi?
Questi stati erano preceduti da tre fasi. Quella del declic. E' il momento in cui scatta l'idea, o come preferiva dire Simenon "l'intuizione" che poi metterà in moto il meccanismo del romanzo. La seconda è quella in cui entra in ètat de roman, cioè in cui fà vuoto dentro di sè per poter far spazio all'altro, cioè il personaggio del romanzo. Terza fase, quella di "mettersi nella pelle di...". Dopo aver fatto il vuoto, Simenon cerca di entrare dentro il suo personaggio, di pensare come lui, di esprimersi nel suo modo, di muoversi nel suo mondo come avrebbe fatto lui.
Molti di quelli che non hanno mai scritto nulla (nemmeno per il proprio piacere), ma anche non pochi di quelli che scrivono per professione, fanno spesso fatica a credere che si possa comporre un romanzo in stato di perfetta incoscienza. Simenon spiegava: "...il più difficile è entrare in quello che chiameremo stato di grazia, vale a dire creare un vuoto completo di sé stessi, perchè bisogna far posto all'altro. Poi, durante tutto il romanzo, essere l'altro, restare l'altro senza farsi distrarre da sé stessi, nè da nessuno...".
Questo lo affermava nel 1973 (Un homme come un autre), ma gia nel '39 in una lettera a Gide illustrava lo stesso concetto: "-... lo stato di grazia. Rimanerci, costi quel che costi. Se sono partito da un'aria di Bach, bisogno che l'ascolti ogni giorno alla stessa ora. Nulla può cambiare nella cronologia della giornata. Il minimo imprevisto e rischia di far franare tutto. Niente corrieri o telefono... Non sapendo in cosa consiste questo stato di grazia, mi ingegno a ricostruire ogni giorno gli stessi avvenimenti, fin nei più piccoli dettagli...".
Insomma sembrerebbe essere di fronte ad una serie di rituali che, in mancanza della consapevolezza di cosa sia e di cosa generi questo état de roman, Simenon cerca di replicare una serie di condizioni che non provochino il minimo cambiamento. E a questo l'autore lega anche la sua proverbiale velocità di scrittura che, più che un dono, sembra essere una necessità. E' quanto si evince dalle sue risposte nella famosa intervista del '68 agli psicoanalisti del magazine Médicine et hygiene. "... ecco grosso modo in cosa consiste: durante la scrittura di un libro, occorre che io scriva più rapidamente possibile e pensandoci il meno possibile, in modo di lasciar lavorare al massimo l'inconscio. In fondo un romanzo che io scrivessi coscientemente sarebbe probabilmente scadente. Non c'è bisogno che l'intelletto intervenga durante la scrittura del romanzo... Devo afferrare delle ventate d'incoscienza e, se lascio passare il momento, c'è il rischio che questo stato svanisca... ".
Insomma Simenon conferma questa divisione netta tra la normale vita cosciente di tutti i giorni e queste parentesi creative di sette/dieci giorni in cui si annulla, diventa qualcun'altro e partorisce quei romanzi.  Non si chiede perchè, gli interessa solo il risultato. Sembra arrendersi a questo "mistero", purchè i risultati siano quelli che poi riesce ad ottenere. Sempre nell'intervista a Médicine et hygiene sottolinea inoltre: "... passo la mia vita tra l'incoscienza e la ragione, non credo al mio mestiere se non fatto nell'incoscienza. Quindi non devo conoscermi per scrivere dei romanzi. Se mi conoscessi troppo bene, non potrei più scrivere. Occorre che io socchiuda la porta alla ragione giusto il necessario per condurre una vita sociale. Se io diventassi del tutto raziocinante, perderei la percezione del mio subconscio...".
E quindi precisa ancora in Un homme comme un autre: "... è per questo che non ho mai potuto stabilire una scaletta. Non sono io che dirigo l'azione: sono i miei personaggi...".
Insomma Simenon più chiaro di così non potrebbe essere. Ed è una tesi che non solo ha sostenuto tutta la vita, ma che dimostra anche una certa umiltà, dato che, stanti così i fatti, il merito della bontà della sua opera non andrebbe ascritta al suo intelletto, bensì al suo subconscio.
E forse il mistero di Simenon è proprio questo: raziocinio o incoscienza? Ragione o subconscio?

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