sabato 9 marzo 2013

SIMENON. LE PENTOLE DELLA SIGNORA JUSTINE


Questa settimana la short-story di sabato viene presentata da Paolo Secondini, un nostro affezionato e attento amico, che questa volta ha deciso di volerla far precedere da una dedica: A Murielle. Sì proprio Murielle Wenger, la nostra specialista (tra l'altro anche attachées del Bureau Simenon-Simenon). Un tributo alla sua competenza? Una dedica all'indomani della "Festa della Donna"? Sicuramente un riconscimento alla sua "autorevolezza" maigrettiana e simenoniana.
Ecco a voi quindi il commissario Legros, almeno qui ben più espansivo del taciturno Maigret...




A Murielle 

LE PENTOLE DELLA SIGNORA JUSTINE
di Paolo Secondini


Le otto del mattino.
«Buona giornata, Isidore. Stai attento, mi raccomando… Bada che non t’accada qualcosa di…»
«Cosa vuoi che mi accada, Justine? Ho mai commesso imprudenze in vita mia?»
«No, no… non dico questo… Ma ogni volta che esci di casa, per recarti al Quai des Orfèvres, io… io…»
«Sta’ tranquilla, mia cara,» rispose, sorridendo, suo marito. «Non farò un passo, un movimento, se prima non ripenso, almeno due volte, alle tue raccomandazioni.» Si batté la mano sul petto e ve la trattenne. «Lo prometto solennemente.»
«Sono contenta,» concluse la signora Justine, e baciò il marito con molta dolcezza.
Si trovavano sul pianerottolo del loro modesto appartamento in Rue de la Roquette.
Isidore scese le scale canticchiando. Era allegro, quella mattina, per nessuna ragione particolare, forse perché la vita è semplicemente meravigliosa.
La signora Justine chiuse pian piano la porta e, a passi decisi, si diresse verso la cucina. Quando fu sull’uscio, si fermò un momento a osservare i fornelli, l’acquaio, il tavolo, le pentole di rame appese in bell’ordine alla parete.
Era, quello, il suo luogo abituale di lavoro, dove trascorreva gran parte del giorno a impastare la farina, a capare legumi e verdure, soprattutto a preparare, per quel golosone del marito, raffinati e squisiti manicaretti.
Entrando in cucina, si sentì soddisfatta di se stessa, come tale doveva sentirsi Isidore nel mettere piede, ogni volta, nel suo ufficio al Quai des Orfèvres.
In fondo, pensava Justine, anche la sua attività di massaia esigeva continuamente le stesse premure che suo marito, il commissario Legros della Polizia Giudiziaria, profondeva nelle indagini.
Non indagava anche lei, nel quartiere, per scoprire quale pizzicagnolo offrisse il prosciutto migliore a buon mercato? O chi, ogni mattina, disponesse sopra il bancone soltanto le uova di giornata? O chi fosse più onesto nel pesare la carne, la frutta o gli ortaggi? O chi vendesse olio genuino di oliva anziché la solita, pessima mistificazione?
Piccole cose, piccoli accorgimenti, piccole attenzioni, di cui la signora Justine andava fiera. E quale soddisfazione per lei quando il marito, a tavola, le diceva:
«La bistecca di vitello, quest’oggi, è molto tenera.»
Oppure:
«I tortellini nel brodo di gallina… quelli acquistati da Nicola l’italiano… sono stati squisiti.»
O anche:
 «Ho mangiato una pera matura al punto giusto. Brava! Hai saputo sceglierle bene… Sono orgoglioso di te, Justine.»
«Ma… ma…» rispondeva sua moglie, come sempre confusa da quei complimenti, «non credo abbia fatto qualcosa di speciale.»
«Oh sì, invece! Sì, sì!» esclamava il marito e si chinava in avanti, il sorriso sulle labbra, a baciarle la mano.
E la brava signora Justine osservava quel gesto  col cuore che traboccava di gioia.
Era davvero felice in quei momenti, soprattutto perché sentiva che era felice il suo Isidore, per quel che di semplice e buono sapeva offrirgli.

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