mercoledì 7 agosto 2013

SIMENON, C'ERANO UN FRANCESE, UN AMERICANO E UN ITALIANO.../3

E siamo arrivati all'italiano. Quello che di solito, nelle barzellette ci fà la figura del più sfortunato o del più furbetto (diciamo così...). Questa volta però non è così. Perchè l'italiano in questione si chiama Federico Fellini. Il più giovane dei tre (nato a Rimini nel 1920), regista cinque stelle, o meglio cinque Oscar, che già nella propria definizione "... sono un artigiano che non ha niente da dire, ma sa come dirlo..." preconizza due analogie di non poco conto. La concezione della propria arte creativa come un'attività artigianale proprio come piaceva sottolineare a Simenon: "... sono come un artigiano che a fine lavoro, fà le consegne...". E poi quel "..io non ho niente da dire..." che fa pensare che ci fosse qualcosa al di fuori di lui che lo guidasse nella realizzazione dei suoi film. Così come Simenon dichiarava di non saper scrivere se non in état de roman, quella trance creativa che, sosteneva, era altro da lui. Dopo la guerra, nel '45 Fellini iniziò la sua attività per il cinema scrivendo sceneggiature per registi come Rossellini o Germi. Nel '50 debuttò come regista insieme a Lattuada con il film Luci del Varietà, e poi come unico regista titolare de Lo Sceicco Bianco, in cui fu aiutato da Antonioni per il soggetto e da Flaiano per la sceneggiatura. Lo sceicco sarà un giovane Alberto Sordi. E poi la consacrazione con 8½ e La Dolce vita al concorso di Cannes nell'edizione del Festival cinematografico del 1960.  Quell'anno il presidente era un certo... Georges Simenon, refrattario alle tradizioni e alle consuetudini e soprattutto impermeabile a quelle "raccomandazioni" che arrivavano da molto in alto. Il film di Fellini piacque davvero a Simenon, ma ancor più gli piacque l'uomo. Possiamo dire che tra i due scoccò un vero e proprio colpo di fulmine. Uno si dichiarava entusiatico amiratore dei film dell'altro. E questi esternava la sua passione per i romanzi di quello. Insomma nonostante fossero due personaggi diversi anche nei loro moduli espressivi, nelle tematiche e nel modo di lavorare, di età diversa (tra i due correvano poco meno di vent'anni), erano pieni di ammirazione per le rispettive opere. Al Festival di Cannes Simenon s'impose contro tutto e tutti e riuscì a far vincere a Fellini La Palma d'Oro con la Dolce vita.
Dal 1960 iniziò un'amicizia, che si sviuppò più attraverso una fitta corrispondenza che con degli incontri. Anzi il loro carteggio finì quasi tutto in un libro Carissimo Simenon, Mon cher Fellini, curato e introdotto da Claude Gauteur nel 1997.
E questa a nostro avviso è la più chiara e illuminante esposizione della loro tipologia di rapporto. Molto stretto e molto empatico tanto da far scrivere a Simenon "... siete probablmente la persona al mondo con la quale sento i legami più stretti nell'ambito della creatività...".
Fellini non era da meno. " ... ho letto nell'edizione Adelphi " L'uomo che guardava passare i treni" che non conoscevo e che ho trovato stupendo. Bravo, grande Simenon! Non smetti mai di sorprendermi  e di essere lo stimolo più straordinario e potente...".
Insomma i complimenti si sprecano. E coinvolgono anche la moglie di Fellini.
"...ieri sera alla televisione svizzera ho assistito alla proiezione di "Ginger e Fred" - scrive Simenon - Che spettacolo smagliante! E Giulietta che bravura mozzafiato! Erano tutte le Giuliette in una...".".
Di contro Fellini gli aveva precedentemente scritto che "... Giulietta ha letto  la prima copia di "Lettera a mia madre" e si é commossa fino alle lacrime...". Insomma un'amicizia e un'ammirazione che li portò a quella famosa intervista a Fellini che il settimanale francese L'Express commissionò a Simenon, in occasione dell'uscita nel '76 di Casanova del regista riminese. Fu lì che venne fuori quella che forse è la leggenda che resisterà di più, avendo Simenon scritto, visto che era in tema con il film, che a quel momento aveva posseduto circa diecimila donne.
La notizia fece il giro de mondo, corroborata dai tanti "si dice" e dalle dichiarazioni esplicite di Simenon (... faccio sesso, più volte al giorno, così naturalmente...). Si attaccò allo scrittore come uno stereotipo, ma lui non dette mai peso più di tanto alla cosa, dal momento che quell'esuberanza per lui non era né un vanto né una vergogna, ma il suo esplicito e naturale  comportamento sessuale quotidiano.
Ultima notazione, che interessa da vicino noi italiani. Se le opere di Simenon vengono editate in Italia dall'Adelphi, è opera di Fellini che inistette non poco e questo è uno dei motivi che convinse Simenon, già incline a lasciare Mondadori, ad affidarsi a quella allora piccola ed elitaria casa editrice.

1 commento:

Andrea Franco ha detto...

nella collana piccola biblioteca adelphi venne pubblicato negli anni 90 l epistolario che va dal 1960 al 1989(poco prima della morte del maestro belga,quindi)dal titolo uguale a quello dell edizione originale francese:
"carissimo simenon,mon cher fellini"