mercoledì 8 marzo 2017

SIMENON SIMENON. IL "METODO" DI MAIGRET, IL METODO DEL "TORPORE"

Quando Maigret pratica la libera associazione delle idee e delle immagini per trovare la soluzione dell'enigma

SIMENON SIMENON. LA "METHODE" DE MAIGRET, LA METHODE DE LA "TORPEUR"
Quand Maigret pratique la libre association des idées et des images pour trouver la solution de l'énigme 
SIMENON SIMENON. MAIGRET'S "METHOD", THE METHOD OF "TORPOR"
When Maigret practices the free association of ideas and images to find the solution of the enigma


Tutti i lettori di Maigret ben sanno come il Commissario sbotti ogniqualvolta qualcuno cita il suo famoso “metodo”, e sicuramente ha ragione. Maigret non ha un metodo quale viene comunemente inteso, non sviluppa, ad esempio, una rigorosa concatenazione di ragionamenti a partire da dettagli rivelatori. Non segue, per dirla con Peirce e Ginzburg, quel “paradigma indiziario” comune ai classici della narrativa poliziesca.  Perché è verosimilmente questo il senso della sua negazione di seguire un "metodo", il segno della consapevolezza di Simenon di avere dato vita ad un personaggio molto diverso dai suoi illustri predecessori, molto diverso anche dai tentativi simenoniani precedenti e contemporanei alla "Vera nascita di Maigret". E’ invece proprio l’assenza di un metodo ciò che consente a Maigret di farsi “impregnare” dagli ambienti sempre diversi in cui si svolgono le sue inchieste (quanto ciò abbia a che fare con le caratteristiche migliori della scrittura di Simenon è cosa fin troppo evidente), di immedesimarsi nei più diversi personaggi, di "fiutare" l'anima delle persone e delle cose, come leggiamo ne “La casa del giudice”.
Altrettanto bene i lettori conoscono i “torpori” di Maigret, che tante volte lo fanno apparire un po’ ottuso a chi ha la ventura, o sventura, di incrociarlo. Non si tratta però unicamente di una strategia volta a sconcertare o trarre in inganno gli interlocutori, e credo ci sia un passo de “I sotterranei del Majestic” che lo illustra con precisione: “Si trovava in uno stato che conosceva bene. Una sorta di torpore che, pur non impedendogli la percezione di quanto gli accadeva intorno, lo rendeva indifferente, incapace di situare cose e persone nel tempo e nello spazio”.
E’ una condizione che gli studiosi della psiche umana, pur appartenenti a scuole molto diverse, e fornendone spiegazioni altrettanto diverse, hanno più volte descritto. E’ quello stato di libero vagare della mente, di libera associazione delle idee, o delle immagini, sottratte all’usuale contesto di relazioni (“incapace di situare cose e persone nel tempo e nello spazio”), che tanto spesso, rivelando connessioni inattese, conduce alla soluzione di un problema, alla soluzione creativa di un problema, più che ore ed ore di severa concentrazione. Almeno apparentemente, perché, in effetti, quelle lunghissime ore di studio, quel ripetuto girovagare di Maigret nelle medesime strade, corridoi e bistrot, sono la premessa necessaria affinché ciò accada. Necessaria ma non sufficiente, o quantomeno non sempre sufficiente.
D'altronde probabilmente molti di noi, senza bisogno di scomodare filosofi, psicologi ed epistemologi, hanno sperimentato come talvolta uscire per una passeggiata, per “distrarsi” ("lo rendeva indifferente"), sia più utile che continuare ad ostinarsi alla scrivania, ed in effetti anche a Maigret accade di rendersi conto che, “a forza di concentrarsi su un problema”, la sua mente inizia a “girare a vuoto” ("Cécile è morta"). E’ appunto un capitolo molto bello di questo romanzo, ambientato in un cinema, quello che può gettare ulteriore luce sui “torpori” di Maigret: “Pensava in maniera frammentaria, senza cercare di dare un senso a quei brandelli di idee”. E, soprattutto: “In quello stato di torpore fisico, la sua mente, come nei sogni, coglieva relazioni talora bizzarre, percorreva strade che la pura ragione non avrebbe mai battuto”.
Relazioni bizzarre, come nei sogni, irrazionali, che non devono essere forzate al senso comune. Difficile non pensare alla psicoanalisi, a Freud soprattutto, a quella teoria dell'inconscio che delle "libere associazioni" ha fatto un principio ermeneutico primario. Anche se probabilmente è meglio non vincolarsi a rapporti troppo stringenti, è certo che Simenon ha coltivato un interesse precoce, e di lunga durata, nei confronti di tali studi (si veda in proposito l'informato intervento di Maurizio Testa). Ma bisognerebbe riportare tutte le pagine di questo capitolo per comprendere appieno come ciò effettivamente funzioni, nell'intreccio fra i frammenti del "caso" di cui si sta occupando e l'ambiente della sala cinematografica, le sue luci e le sue ombre, i vicini scostumati e le reazioni della signora Maigret ai "torpori" del Commissario, quella precocissima riflessione sullo sconcerto provocato dal fuori sincrono fra sonoro e immagini. Il metodo di Maigret, il "metodo del torpore", ha a che vedere con tutto ciò, con il materiale offerto a Simenon dalle sue letture, letterarie o meno, e dalle sue esperienze, dalla sua esperienza di scrittore in primis, da quell'"état de romance" che gli permetteva, al pari di Maigret, di "vivere la vita di tutti i personaggi ripugnanti, meschini o commoventi del dramma su cui aveva l'incarico di fare luce".
Difficile dare una definizione migliore del metodo di Maigret, del suo comprendere e non giudicare. Difficile dare una definizione migliore della grandezza dello scrittore, e psicologo, Simenon. Per tale motivo, perché Simenon resta comunque il miglior interprete di se stesso, è opportuno lasciare in conclusione la parola a Maigret, quando, sempre in "Cécile è morta", si rivolge al criminologo americano appositamente giunto a Parigi per studiare il suo "metodo", ma, fra le righe, pare rivolgersi a noi, lettori più o meno attrezzati, interpreti, presunti esperti, castigando la nostra presunzione, richiamandoci al piacere della lettura, al "piacere del testo": "Dev'essere deluso, lei che sperava di studiare i miei metodi, come diceva stamattina... La faccio sguazzare nella pioggia... La porto in un banalissimo municipio, poi le faccio mangiare del pollo al vino... Cosa vuole che le spieghi?... Io le cose le sento...".



Luca Bavassano

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