venerdì 3 maggio 2013

SIMENON E IL CASO CENTRAL HOTEL


Isola di Porquerolles. Maggio del 1933. Simenon di ritorno dal suo tour africano inizia a scrivere. Primo romanzo  Le coup de lune (Fayard) tratto dalle esperienze di quel viaggio. Seguiranno, 45° à l'ombre (1936) e Le Blanc à lunettes (1937).
Ma torniamo alla primavera del '33, quando nella sua amata isola, Simenon completa la stesura del romanzo in cui racconta tra l'altro la sua sosta nel Gabon, a Libreville, durante la quale alloggiò al Central Hotel.
Nel romanzo la parte che riguarda questa esperienza è quasi un diario. Simenon non é solo ricco di particolari, ma utilizza gli stessi nomi e anche quello dell'albergo che chiama appunto Central.
Ma il problema è che questa descrizione è abbastanza sferzante. Di certo in linea con il suo parere sui coloni europei in Africa, di cui non perdeva occasione di stigmatizzarne i comportamenti, per ridicolizzarne le abitudini e per condannarne la mentalità. E anche in questo caso non ci andò certo leggero: nel romanzo se la prende un po' con tutta la comunità, parlando di gente senza scrupoli, di dubbia moralità, che per i propri scopi non si sarebbe fermata  di fronte a nulla, gentaglia di facili costumi...
Quando il romanzo iniziò a uscire sul settimanale di casa Fayard, Le Candide, creò un certo scompiglio nella comunità di Libreville, sfociando in un'azione legale per diffamazione, che fu capeggiata dalla vedova Mercier, proprietaria del Central Holtel, dove appunto Simenon aveva soggiornato.
Gli elementi c'erano tutti. Il romanziere, come abbiamo detto, non solo era andato giù persante, ma era stato dettagliato al punto di non cambiare nemmeno certi nomi. Questo rendeva facile l'azione legale con cui si reclamavano 200.000 franchi tra danni e interessi e anche il sequestro del manoscritto.
Il processo andò un po' per le lunghe tra l'accusa che spingeva sulla diffamazione data l'indubbia riconoscibilità delle persona e dei luoghi nel romanzo di Simenon, la difesa che batteva sul tasto del diritto di cronaca, cioè la libertà dello scrittore di descrivere quello che aveva realmente visto, i magistrati che non avevano avuto tempo e voglia di leggere il libro e l'assenza per un periodo del Presidente.
Insomma la suspense c'era tutta. Simenon per la prima volta si trovava a trattare con la giustizia in veste di imputato. Alla fine arrivò la sentenza.
La signora Mercier non era stata diffamata dato che il suo nome  non appariva mai nel libro. Simenon era prosciolto e la querelante condannata a pagare le spese processuali.
Un po' di fortuna, la bravura del suo avvocato, Maurice Garçon, la benevolenza della corte... insomma tutto concorse alla migliore conclusione del processo. Ma lasciò un segno su Simenon che divenne molto più prudente e accorto nel nominare posti e persone e iniziò ad esplicitare sempre che si trattava di vicende e personaggi di pura fantasia.


2 commenti:

Andrea Franco ha detto...

Infatti in quello stesso periodo simenon scrisse a mò di prefazione al borgomastro di furnes di non conoscere il paese fiammingo e neanche i suoi abitanti.disse poi circa 25 anni dopo in un'intervista che quella sorta di prologo al romanzo era solo per evitare nuove beghe giudiziarie,in rare occasioni il maestro belga ha ambientato opere in luoghi che non conosceva personalmente(escluso il giovanile periodo dei romanzi popolari di genere avventuroso-esotico)

Andrea Franco ha detto...

anche "Les volets verts"contiene una prefazione analoga