domenica 26 maggio 2013

SIMENON SIMENON. LA COGNATA.

Per la rubrica settimanale "...magari come Simenon", questa volta ospitiamo il racconto di Cristina De Rossi.
Una storia di misteri, di vite che non sono quello che sembrano, di quello che pensiamo e quello che è davvero.
Chiunque voglia partecipare, con un racconto che riguardi Simenon, Maigret o che ricordi i temi dei suoi romanzi, potrà scrivere a 
simenon.simenon@temateam.com







 LA COGNATA
di Cristina De Rossi


Ancora quella fitta alla bocca dello stomaco. Era seduto davanti al cadavere del figlio. Una mano sulla sua spalla lo sfiorava. La mano di qualcuno che singhiozzava così sommessamente, in modo quasi inavvertibile. Non aveva voglia di girarsi a vedere chi fosse. Quello che invece avvertiva nettamente era quella cappa... un odore nauseante, un'aria pesante da respirare, un ronzìo generato da un silenzio irreale. Irreale, perché avvertiva la presenza di tanta gente, ma nemmeno un rumore.
Ad un tratto un fruscìo, una zaffata d'aria fresca e una scia di profumo. La mano sulla sua spalla era cambiata. Ben presto diventò un braccio intorno alle sue spalle. Una lieve pressione quasi un abbraccio. Non ebbe bisogno di voltarsi per sapere chi era.
ll figlio lì davanti, steso, vestito di tutto punto. I lineamenti distesi. La pelle ancora liscia. Si chiese del perchè erano ore che insisteva a guardarlo. Sapeva che ormai non poteva succedere più nulla. Tutto era fermo, immobile per sempre. Anche lui non si muoveva da chissà quanto, come volesse replicare la rigidità del suo ragazzo.
Sentì un calore vicino alla sua guancia. Ma non si mosse.


Geraldine si era chinata e il con proprio viso sfiorava il suo. Con delicatezza gli prese la mano. Iniziò una leggera trazione che si trasformò lentamente in una vigorosa tirata. Jerome fu costretto ad alzarsi. Avvertì una sorta di scricchiolìo alla schiena e alle ginocchia. La donna quasi lo trascinava in mezzo a tutta quella gente. Lui procedeva malfermo guardando lontano attraverso le persone che si scansavano al loro passaggio. Rischiò di cadere, una volta usciti dalla stanza e imboccata  la scala. Ora Geraldine tirava meno. L'aria si era fatta più respirabile. Passato il portone la brezza fresca della sera l'abbracciò, scompigliandogli il ciuffo bianco sulla fronte.
- Non verrai... vero?
Jerome si guardò intorno all'incerta luce dei lampioni. Fece un ampio giro con la testa. Poi tornò a guardare la donna la quale interpretò quel movimento come un diniego. Quello sguardo assente le confermava che già stava pensando ad altre cose e quello era un argomento già superato.
Jerome non andava mai ai funerali.
Genitori, moglie e adesso l'unico figlio. Mentre gli altri erano tutti in chiesa e poi accompagnavano il defunto al cimitero, lui se ne andava. Non si sapeva dove, non lo sapeva nemmeno lui. Camminava sei, otto ore e tornava più magro ed emaciato di quando era partito.
Tornava. Chiedeva dell'acqua, poi si chiudeva in camera da letto. Dormiva? La mattina dopo impassibile senza dire una parola, usciva, andava al lavoro.
La vita era ricominciata così. Una volta, una seconda, un terza. Dopo la morte della madre, dopo quella del padre e quella della moglie. 
Ora il figlio.
Geralidine si stava domandando se anche questa volta sarebbe stato lo stesso.
Nessuno aveva saputo mai cosa gli passasse per la testa in quei momenti. E questa non era una novità.
La sua vita era tutta così.
Si sapeva che lavorava per il governo, ma non quale fosse di preciso il suo incarico. Aveva l'aria di un comune impiegato medio, ma si intuiva che doveva avere a disposizione un discreto patrimonio. Veniva da una famiglia di impiegati, e l'origine di una tale disponibilità doveva scaturire dal suo lavoro. Quando c'erano state delle necessità di vario tipo, aveva tirato fuori anche somme forti, senza nessun problema. Vestiva al limite del dimesso, viveva in un'appartamento in affitto in un quartiere periferico. Possedeva un'auto utilitaria che però non usava quasi mai.
Ora era solo. Durante la lunga malattia del figlio gli era stata vicina Geraldine, la sorella più piccola della moglie... Erano sei sorelle, Geraldine la più piccola la moglie di Jerome la più grande. Tra le due c'era una differenza di quasi quindici anni. Jerome aveva una sessantina d'anni, Geraldine trentacinque.
Non era sposata e nonostante fosse una bella donna e avesse avuto diverse occasioni, si era sempre rifiutata di sposarsi. Qualche storia... qualche mese e poi via. Aveva sempre nascosto a tutti la sua attrazione per il cognato. Quell'uomo misterioso, taciturno, che sembra non scalfibile dalle disgrazie che gli si erano abbattute sulle spalle. Un uomo che conduceva una vita misterosa. Quell'alone di impenetrabile segreto l'aveva affascinata fin da giovane. Viva la sorella, si era sempre tenuta alla larga. Poi, con la scusa della malattia del figlio, si era molto avvicinata. Sempre relativamente. L'impassibilità e l'imperturbabilità di Jerome tenevano tutti ad un certa distanza. Geraldine non faceva eccezione.
Adesso però non  sapeva che fare. Lui era avvero solo e bisognoso, secondo lei, di un aiuto, di un apoggio. Ma non c'era più la scusa del figlio malato per frequentare la casa... Cosa avrebbero detto i familiari, i conoscenti... ma soprattutto cosa avrebbe detto Jerome?
Temeva che, dopo il funerale del figlio, sarebbe tornato come sempre alla sua solita vita. Imperturbabile, impenetrabile insensibile a tutto.
La solitudine l'avrebbe reso ancora più inavvicinabile?
Il funerale si svolse sotto una pioggia torrenziale. Geraldine si preoccupava, pensava a Jerome che stava sicuramente camminando sotto il temporale  sferzante. Lo immaginava zuppo, ma insensibile al vento, all'acqua, con i rivoli che gli scendevano giù dai capelli bianchi, sugli occhi, che guardavano come sempre lontano, senza emozioni, senza accorgersi dei luoghi che attraversava.
Al termine della sepoltura, dato il perdurare del temporale la piccola folla si disperse quasi subito, salutandosi frettolosamente e correndo verso le rispettive autovetture.
Rimase lì solo un signore distinto, con un impermeabile scuro, un ombrello, fermo vicino alla tomba. I loro sguardi si incrociarono. Lui si avvicinò.
- La signorina Geraldine Lasalle?
- Sì sono io...
- Piacere sono Gilles Lambert...
- Lambert? Come il signor Jerome?
- Già siamo fratellastri...
- Lei e Jerome...
- Sì... la sua famiglia non mi ha mai conosciuto... ma io e Jerome ci vedevamo ogni giorno...
- ... ogni giorno...
- Beh, sì... al lavoro.
- Quale lavoro?
- Beh al nostro ufficio...
- Ma quale ufficio, di quale ufficio mi parla! Ancora questi misteri? Sono stufa...
- Si calmi signorina Lasalle. E' un lavoro per il governo... niente di che, un lavoro di routine...scartoffie, documenti da controllare... non si immagini chissà che...
- Ma perchè tutti questi misteri?
- Ma non c'è nessun mistero... Mi stia a sentire... Jerome è fatto così... è un tipo taciturno... tiene tutto per sé... poi con le disgrazie e con l'età è peggiorato... Ma é una brava persona...
- Lo so bene che è una brava persona, ma non so quasi nient'altro...
Geraldine era molto contrariata.
- E come mai, signor Gilles, si è fatto vivo oggi... E perché in tutti questi anni non si é fatto mai vivo?
- E' Jerome che non ha voluto...
- Jerome?
- Le sembra strano?... Io sono venuto a tutti i funerali... sapevo di non incontrarlo e di non incorrere nei suoi rimbrotti...
- Ma cosa è venuto a fare? E poi cosa vuole  da me?
- Lo so che lei vorrebbe stargli vicino... ma io devo chiederle di non frequentarlo più... per il suo bene...
- Il suo bene? Che ne sa lei del suo bene... Non mi venga a fare la...
- ... nessuna predica, Geraldine, le assicuro parlo per il bene di tutti e due... Lei è ancora giovane può rifarsi una vita... Jerome oramai è al capolinea, ha bisogno di tranquillità, di pace....
- Capolinea?... Pace?... Lei non si deve permettere...
Offesa e contrariata Geraldine girò i tacchi e incurante della pioggia battente  lasciò lì Gilles Lambert, che non mosse un passo e non disse una parola.
Corse fino alla sua macchina e automaticamente si avviò verso casa di Jerome. L'avrebbe aspettato, gli avrebbe chiesto spiegazioni. Basta con questi silenzi e qusti misteri... basta con questi fratelllastri che spuntavano fuori all'improvviso e le davano consigli...
Arrivò a casa. L'appartamento era vuoto. Jerome sarebbe tornato di lì a poco. L'attesa faceva crescere la sua determinazione.
Ma Jerome non tornò.
Geraldine restò sveglia fino a notte alta. Poi il sonno ebbe la meglio. Si risvegliò che albeggiava, sdraiata tutta storta sul divano, con tutta la schiena dolorante.
Girò per l'appartamento. Era vuoto. Nessuna traccia di Jerome. Si affacciò alla finestra, sulla strada vide l'utiliteria ferma al solito posto.
Era tutta infreddolità, si fece un tè.  Poi si dette una sommaria lavata e aspettò fino alle nove... A quel punto decise di tornare a casa propria. Rimise tutto a posto, chiuse la porta a chiave, e si avviò verso la macchina. Prima di entrare si voltò a guardare il palazzo con una strana sensazione... come se fosse consapevole che sarebbe stata l'ultima volta che l'avrebbe visto...
Poi s'infilò nella sua vettura, accese il motore e partì. 
Passò una settimana. Ogni giorno Geraldine telefonava, o passava a casa di Jerome. Ma nessuno rispondeva.
Allora si decise.
Ci pensava ormai da qualche giorno e, adesso che era passata una settimana, era arrivato il momento.
Andò al commissariato di polizia che era proprio sulla piazza dietro casa sua. Fu ricevuta, da un ispettore al quale parlò della sua intenzione di sporgere una denuncia di scomparsa. Spiegò al funzionario che si trattava di un persona non più giovane, colpita da una serie di sventure, tra cui ultima, la perdita del figlio, ed evidenziò il particolare che la sparizione datava poprio dal giorno del funerale del figlio e che durava ormai da sette giorni. Parlò anche dell'incontro, a suo dire, sospetto con quel fratellastro mai visto in tutti gli anni che frequentava suo cognato. Lasciò sia le generalità di Jerome, che nome, cognome e una descrizione piuttosto dettagliata del sedicente fratellastro. L'assicurazione dell'ispettore che al comissariato avrebbero fatto del loro meglio per ritrovarlo, suonò a Geraldine una dichiarazione di routine che dovevano fare a tutti coloro che denunciavano una sparizione.
Tornò a casa senza nessuna vera speranza. Non seppe spiegarsi perchè non avesse parlato del misterioso lavoro del cognato e del fratellastro. Forse la paura di mettere la cosa in ridicolo?... Di non essere presa sul serio? Forse quello poteva essere un elemento importante, ma lei ne sapeva così poco che magari avrebbe tolto credibilità alla sua denuncia. 
Il passare dei giorni non spense la preoccupazione di Geraldine. Chiamò una volta l'ispettore che, come previsto, le disse che le ricerche erano in corso e per il momento non c'erano novità. 
Continuava con una certa regolarità a fare telefonate al cognato e a passare sotto casa sua.
Una sera vide le luci dell'appartamento accese. Dovette guardare più di una volta, per essere sicura che le finestre fossero proprio quelle. Ebbe la prontezza di chiamare la polizia denunciando un furto in corso. Fornì via, numero civico e interno dell'appartamento. E aspettò.
Quando arrivarono gli agenti, le luci erano ancora accese. Lei si fece riconoscere e mostrò alla pattuglia la copia della denuncia di scomparsa. Potevano essere dei ladri, visto che i familiari non esistevano più.
I poliziotti le dissero di non muoversi  e si avviarono alla casa. Sparirono dentro al portone. Geraldine passò circa un quarto d'ora con la segreta speranza che magari fosse proprio Jerome... tornato chissà da dove e chissà perchè...
Finalmente i poliziotti uscirono, da soli.  Le si avvicinarono e le spiegarno che si trattava di un collega che stava ispezionando l'appartamento, alla ricerca di indizi utili per indirizzare meglio le ricerche. Poi la invitarono a tornare a casa.
"Perchè? - si chiese la donna - perchè non vogliono che veda chi è lì dentro?" 
Ad ogni modo salì in macchina e partì, ma fece solo il giro dell'isolato. Parcheggiò la macchina e tornò a piedi davanti alla casa del cognato. La macchina della pattuglia non c'era più ma le luci della casa erano sempre accese. Tornò a prendere la macchina e si parcheggiò in un angolo buio della strada da dove poteva tener d'occhio il portone.
Stette lì ferma più di mezz'ora. Poi le luci si spensero. Poco dopo dal portone usci una sagoma che Geraldine credette di individuare subito, nonostante il buio. Era quella di Gilles, il fratellastro. Quella figura alta, magra e un po' curva l'aveva vista una sola volta, ma l'aveva scolpita nella mente.
L'uomo si diresse verso una vettura. Salì, accese il motore e con tutta calma partì. Geraldine non aveva mai inseguito una macchina, ma si ricordò di film, telefilm e libri gialli. Si tenne a debita distanza, fari bassi e iniziò l'inseguimento.
Traversarono quasi tutta la città. Alla fine l'auto di Gilles si infilò in un garage di cui la porta si richiuse dopo il suo passaggio. Sopra c'era un edificio. Evidentemente doveva abitare lì. Aspettò un po', poi scese e iniziò ad osservare il palazzo. Poi si avvicinò al portone per leggere i nomi degli interni. Si aspettava di trovare la targhetta "Lambert". Invece trovò solo dei numeri: interno 1, intreno 2 , 3 e così via. Non fece in tempo a  voltarsi che due uomini le si avvicinarono.
- Signorina, cosa stava cercando? - disse uno dei due.
Geraldine ebbe subito la sensazione che fossero due poliziotti.
- L'appartamento del signor Lambert... Gilles Lambert...
-  Ma deve aver sbagliato indirizzo, questi sono tutti uffici - spiegò l'altro
- Ma quello è il suo garage... - fece indicando il cancello dietro cui era sparita la macchina di Lambert...
- No... quello è un garage pubblico - si entra in macchina da lì e si esce da una porta sul retro a piedi... - disse il primo con un'aria un po' svagata.
- Ma voi chi siete... polizia?
Uno dei due iniziò a ridere.
- Hai visto Paul... che ti dicevo? Basta essere in due e subito la gente pensa che si tratti di una coppia di sbirri.
L'altro rispose con un'altra risata. 
- Signorina, ci scusi per la confidenza che ci siamo presi... sa, siamo un brilli.... ma adesso andiamo via... buona sera.
Si allontanarono. Si salutarono forse un po' troppo pleatealmente, uno salì su un'auto e l'altro si avviò a a piedi in direzione opposta.
Geraldine rimase con il dubbio di essere stata spettatrice di una sceneggiata.
Comunque lì non avrebbe tirato fuori un ragno dal buco e forse quelli erano due poliziotti che stavano seguendo lei che seguiva Lambert.
Se così era Lambert sapeva di essere seguito, e magari sapeva che era lei .... e chissà dove l'aveva portata.
Tutt'a un tratto si sentì molto ingenua e iniziò a pensare che aveva a che fare con  gente molto più esperta di lei... dei professionisti... la polizia... i servizi segreti?...
Si ricordò delle voci che erano girate sul conto di suo cognato e del suo misterioso lavoro. Infatti per un periodo si disse che lavorava per i servizi di spionaggio o di contro-spionaggio. Ma lei l'aveva sempre ritenuta una barzelletta... Quell'innocuo e taciturno Jerome un agente segreto? Più ci pensava e più le sembrava assurdo... Assurdo... e se qualcuno l'avesse ucciso?  Un'ipotesi che non aveva preso in considerazione, ma ora...
Con questi pensieri in testa arrivò a casa. Appena entrata, sentì il telefono suonare. Era la clinica di Saint-Marie. Le dovevano comunicare che il signor Jerome Lambert era deceduto nella notte, in seguito alle complicazioni di una grave broncopolmonite per cui era stato ricoverato da più di venti giorni.
Geraldine rimase di sasso.
- Come morto... Broncopolmonite?... Ma perché non mi avete avvertito prima?
- Signorina troverà tutto nella cartella clinica... Solo ieri in un momento di lucidità il signor Lambert ci ha dato il numero di sua cognata ... è lei vero?
- Sì... Geraldine Lasalle...
- Ecco, mi dispiace, ma non avevamo altri recapiti prima e poi il signor Lambert era molto spesso in stato d'incoscenza...
- Ma chi l'ha portato lì....
- Non saprei che dirle... Comunque l'aspettiamo, grazie e arrivederci.
Appena messo giù, si accorse che non aveva chiesto né l'indirizzo né il numero di telefono. Cercò febbrilmente sull'elenco telefonico. Non esisteva nessuna clinica Saint-Marie... Chiese al centro telefonico d'informazioni... niente anche lì.  Chiamò il suo medico per chiedere come poter rintracciare quella struttura.
Il vecchio dottor Marcel le rispose che non c'era un modo... ma che lui, che lavorava come medico da più di quarant'anni in quella città, non aveva mai sentito  parlare di questa clinica Saint-Marie. Le consigliò di rivolgersi alla polizia.
Richiamò il solito ispettore. Lo informò della telefonata. Sembrava che lui non aspettasse altro.
- Allora il caso è chiuso.
- Macchè chiuso! Questa clinica è irrintracciabile. Forse non esiste nemmeno, dovete fare qualcosa almeno per trovare questa clinica... per sapere da dove veniva la telefonata...
- Ma il suo telefono non è sotto controllo, lei non è sospettata di nulla, né in pericolo... Non c'era motivo di sorvegliarla....
- Ma insomma c'era un denuncia di scomparsa... dovevate fare qualcosa e invece ... Ma almeno adesso che c'è un morto vi muoverete?...
- Signora, ma se non c'è il cadavere, non c'è neanche un'indizio di un omicidio, c'è solo la sua parola di una telefonata di cui non abbiamo traccia... mi dispiace, ma...
- Non le dispiace affatto. Lei pensa che io sia una povera pazza, e non vede l'ora di spedire quel fascicolo in archivio... se già non l'ha fatto... Incapace! 
E sbattè giù il telefono in preda ad un crisi di nervi.
Gilles Lambert era ormai l'unica persona che poteva forse spiegarle tutto. Ma non aveva idea come trovarlo. Ancora non credeva alla morte di Jerome...quella strana telefonata... quella clinica inesistente...
Era sdraiata sul divano, mezzo stordita dalla rabbia, dall'impotenza, dall'assurdità di tutta quella storia, quando suonò il telefono.
- Signorina Lasalle?
Lei riconobbe subito quella voce.... Gilles!
- Adesso si fa vivo!... Lo sa che mi hanno telefonato dicendomi che Jerome era morto, ma la clinica da cui mi hanno chiamato non esiste. La polizia se ne lava le mani...
- Stia calma, forse posso spiegarle molte cose... se non tutto.
- Era ora che qualcuno  parlasse....
- Non si preoccupi. Però ho bisogno che venga con me stasera a Le Palace de la Reine...
- Le Palace de la Reine... a fare che?
- C'è un ricevimento in occasione del 100° anniversario della... beh è un festeggiamento... ma lì avremo modo di chiarire  tutto o almeno lo spero...
- E' indispensabile?...
- Sì e le consiglierei un abbigliamento adeguato al luogo e all'occasione... non vorrei che si sentisse a disagio... alle 9.00 davanti all'ingresso principale... ci sarà?
- Certo... baste che non sia un'altro depistaggio... lei è bravo in questo, no?
Lambert non raccolse la provocazione.
- Allora l'aspetto alle 9.00, a stasera.
E riattaccò.
Passò il pomeriggio a scegliere vestiti e a far toletta. Alle 8.30 salì su un taxi. Prima delle 9.00 era davanti all'ingresso gremito di persone in gran spolvero.
Si guardò intorno e, dopo qualche minuto, individuò la figura di Gilles, alto, più della media, un po' curvo e in un elegante vestito nero e papillon.
- Buonasera.. sono contento che sia venuta... Andiamo...
Così dicendo la prese sottobraccio, si avviarono all'ingresso dove mostrò due inviti. Una volta dentro, si diressero al secondo piano dove entrarono nel Grand Salon. Era una grande sala iluminata a giorno, decorata da arabeschi dorati e pesanti tappezzerie e tende di velluto amaranto. C'erano una cinquantina di tavole apparecchiate alla grande al pian terreno e, in fondo, un palco di generose dimensioni. Al secondo piano, dove erano loro, una terrazza semicircolare ospitava un'altra ventina di tavoli.
Un cameriere lì scortò ad uno che era proprio accanto alla balaustra. La vista da lì era perfetta.
- Allora signor Lambert, adesso con tutta questa sceneggiata, si deciderà a dirmi qualcosa?...
- Sì, ma dobbiamo aspettare qualcosa... o meglio qualcuno... intanto mangeremo...
Jerome! Geraldine sperò che fosse lui, ormai era rassegnata ai misteri... ma aveva la sensazione che questa volta...
I camerieri iniziarono a servire, mentre sul palco, aperto il sipario, apparve un'orchestra che iniziò a suonare.
Gilles osservava attentamente il piano di sotto. Sembrava cercare qualcuno, ma continuava a bere e a mangiare...
Mentre stava bevendo si bloccò e senza parlare indicò a Geraldine il piano di sotto. 
Lei guardò in quella direzione. C'era un tavolo ovale più grande degli altri, proprio vicino al palco. In quel momento si stavano sedendo alcuni signori, altri stavano arrivando. Tra questi un distinto signore in smoking, al braccio di una donna giovane con una pelliccia e una lunga capigliatura bionda.
Lui si sedette a capotavola e la compagna alla sua destra. 
Geraldine aguzzò la vista. Era proprio Jerome. Irriconoscibile in quella tenuta. Ma più lo guardava e più si convinceva che era lui... Non era più emaciato, per quanto fosse sempre magro.
Sì alzò di scatto, ma Gilles la prese per un polso, obbligandola a tornare seduta.
Lo guardò con disprezzo.
- Non voleva sapere?
- Che ci fa lui qui? Chi sono quelli... e quella donna?
- Geraldine... la vita non sempre è quella che sembra...
- Che significa?
- Che il lavoro che faceva gli imponeva di...
- Ma quale lavoro?... Voglio sapere....
- Jerome è un'ispettore della polizia tributaria...
- E anche lei....
- Io sono della polizia, del nucleo crimine organizzato...
- Ma che c'entra... non ci capisco nulla...
- Ecco se è capace di stare in silenzio per un po' forse potrà capire...
Geraldine spostò il piatto e incrociò le braccia sul tavolo, si sistemò come per sentire meglio.
- Jerome era quello che si dice un grigio funzionario dell'archivio delle denunce per reati fiscali. Io faccio parte di una sezione della polizia che combatte il crimine organizzato. Noi ci serviamo, oltre dei nostri agenti, di uomini dei servizi segreti, di organizzazioni straniere, e anche della polizia tributaria. Stavamo conducendo un'operazione molto complessa nel sud del paese... Nel mirino c'era un'organizzazione internazionale, era fondamentale sapere tutto di loro. Jerome fu distaccato da noi perchè era la memoria storica di tutto quel materiale d'archivio e riuscì a mettere insieme tutta una serie di procedimenti che erano stati intentati ai singoli componenti dell'organizzazione. Cercavamo qualcosa che potesse inceppare l'accurata copertura che li proteggeva... Ma questo forse non la interessa... forse lei vuole sapere cosa successe a livello personale... La sua collaborazione ci permise di fare molti passi avanti nella nostra operazione. Questo gli fece fare una notevole carriera, fino a farlo diventare un personaggio di primo piano, che era a rischio di essere un obbiettivo dell'organizzazione. La cosa tanto temuta si verificò, fu vittima di un attentato. Se non fosse stato per un'agente donna che si accorse per tempo dell'attentato, si buttò tra lui e il killer e fece fuoco, le cose sarebbero andate peggio. Jerome se la cavò con una ferita di poco conto alla spalla, il killer ebbe la peggio, ma sopravvisse quel tanto per spifferare qualche nome e alcune informazioni sull'organizzazione. L'agente, che lo ha salvato, è quella signora bionda che ha visto entrare insieme a lui.   
- Ma la telefonata della clinica fantasma, il suo depistaggio, tutti questi misteri...
- Cara Geraldine... tutto per proteggerlo e in questo muro di false indicazioni e di notizie civetta, l'ispettore della polizia, c'è finita in mezzo anche lei ...Ma era per la sicurezza di...
- E da quanto dura questa storia?
- Da almeno tre anni...
- Quindi quel suo atteggiamento impenetrabile dipendeva da questa doppia vita...
- Ma no, si figuri! Quello è Jerome... alla tributria la chiamvano "la mummia", per il suo atteggiamento. E d'altronde fu anche grazie a questo tratto del suo carattere che fu scelto per collaborare con noi...
- E quella donna?
- L'agente Florence? Bhe... fa ormai coppia fissa con Jerome.... ufficialmente in servizio... ma non posso dirle nulla del privato... Jerome non ne parla - disse con un risolino malizioso - non ne parla con nessuno...
Geraldine si sentiva  tradita... tutto quel tempo dedicato al figlio, tutta quell'ammirazione per un Jerome che adesso non riconosceva... e quella donna ... la sua compagna... o la sua amante... Tutto girava vorticosamente nella sua testa... capiva e non capiva... sentiva una fitta alla bocca dello stomaco...
Si riprese.
- Lo posso salutare?
- Bisognerà chiederglielo...
Vergò alcune parole su un foglietto che ripiegò. Chiamò un cameriere e gli chiese di portarlo a quel signore giù, seduto a capotavola...
Attesero qualche minuto. Videro il cameriere consegnargli il biglietto e lui che scriveva una risposta. Il cameriere tornò su e consegn. il messaggio a Gilles.
- Ok ha accettato, ma solo un breve saluto... ha scritto "Sì, ma nessuna spiegazione, solo un saluto. Tra cinque minuti davanti al guardaroba".
- D'accordo - sospirò Geraldine - solo un saluto... già è un sollievo saperlo vivo...
Si alzarono e Gilles, l'accompagnò al piano terra. Quindi Gerladine si avviò al guardaroba. Jerome era lì. Non sembrava nemmeno lui, così elegante, 
curato, pettinato, era sparito anche il ciuffo.  
Si guardarono. Lei gli disse "Ciao Jerome".
Lui rispose "Ciao". Poi si avvicinò e la abbracciò.
Si sentì un grido soffocato. Il ventre di Jerome iniziò a sanguinare copiosamente.
Si accasciò a terra davanti a Geraldine che teneva ancora il coltello sporco di sangue in mano.
Il primo ad arrivare fu Gilles.
Poi sbucarono degli agenti che immobilizzarono Geraldine.
Gilles la guardava interdetto. Sembrava che in quel silenzio le chiedesse perché.
Quando le passò vicino lei sussurrò "Sarò dell'Organizzazione?...".

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