martedì 4 gennaio 2011

SIMENON SOTTO IL MIRINO DELLA CRITICA

Una delle più diffuse critiche alla letteratura simenoniana era quella di essere considerata soprattutto una letteratura poliziesca. Questo veniva pubblicato ai tempi di Simenon, sule pagine culturali giornali e sulle riviste letterarie, sia pure con toni benevoli, ma con un intento ghettizzante. A stare alle dichiarazioni di Simenon, la critica non aveva nessuna influenza sul suo modo di scrivere.
Ad esempio il fatto che secondo la critica dominante (metà anni '50) erano maturi i tempi affinché Simenon scrivesse un romanzo corale con almeno una ventina di personaggi, lo scrittore rispondeva " Quelli non capiscono nulla. Io non scriverò mai un grosso romanzo. Il mio grosso romanzo è il mosaico di tutti i miei piccoli romanzi". E d'altronde non correva buon sangue soprattutto con la critica francese e lui buttava benzina sul fuoco sostenendo che i critici che meglio avevano compreso la sua opera erano quelli russi e quelli americani. Poi Simenon era davvero convinto di quello che scriveva e di come lo scriveva. La lucida e lungimirante pianificazione del proprio lavoro di scrittore per diventare romanziere ne è un esempio. Già arrivato a Parigi sapeva che avrebbe dovuto, per una decina d'anni almeno, esercitarsi con la letteratura popolare, racconti, romanzi semplici, personaggi e trame stereotipate, che gli sarebbero serviti a prendere confidenza con la scrittura, ma che lo fecero diventare veloce nella stesura. E' quella che lui stesso definiva letteratura-alimentare e faceva parte del periodo di apprendmento. Poi, con la creazione di Maigret, arrivò alla letteratura semi-alimentare dove personaggi e situazioni iniziavano ad avere uno spessore più consistente. Nonostante i binari della serialità, lo scrittore poteva iniziare a costruire storie e creare atmosfere non molto dissimili a quelle  del terzo periodo. In questo affiancò ai Maigret i romans-romans o i romans-durs, come li chiamava lui, quelli che gli permisero di cambiare il suo stato professionale sul passaporto (da scrittore a romanziere). Insomma era un individuo che non lasciava nulla al caso e che bruciava le tappe. Aldilà del proprio talento, aveva programmato la sua crescita come scrittore dandosi quindici, vent'anni per diventare romanziere, e invece solo dopo dodici anni dal suo arrivo a Parigi era già approdato ad un editore come Gallimard. Insomma era uno sicuro di sè, almeno nella scrittura, e non sembrava avere bisogno del sostegno della critica. Infatti in una lettera a Gide, scriveva. " La critica è sempre un anno in ritardo sul mio lavoro, poiché ho sempre sei romanzi già pronti... E così vado avanti da solo..."

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