giovedì 14 luglio 2011

SIMENON SI TENNE "A DISTANZA" DI CARL GUSTAV JUNG?


Abbiamo già parlato dell'interesse di Simenon per la psicoanalisi e in particolare per Freud e poi per Carl Gustav Jung (vedi il post del 22 novembre 2010). Ma qui vorremmo mettere in luce un'altro aspetto. Sappiamo anche che i due erano estimatori uno dell'altro e avevano letto entrambe le rispettive opere. E se per Jung non deve essere stata solo una passione letteraria, ma quasi un'interesse professionale, visto la quantità di romanzi con numerose note a margine scritte di suo pugno, anche per Simenon deve essersi trattato di qualcosa di più di un interesse teorico.
I due, lo sappiamo, vivevano vicini, entrambe in Svizzera e Simenon aveva espresso più di una volta il desiderio di andarlo a trovare, ma poi ogni volta c'era stato un impedimento di vario tipo che glielo aveva impedito, al punto che qualcuno ha espresso l'ipotesi che ci fossero dei motivi, consci o inconsci, per cui lo scrittore volesse quell'incontro, ma al tempo stesso lo temesse. Poi, come si sa, nel giugno '61 lo psicoanalista morì. Se vogliamo ragionare su questa teoria, e chiederci il perché di questo timore, dobbiamo a nostro avviso partire da alcune delle risposte che Simenon dette nella famosa intervista ai cinque medici e psicologi di Médicine et Hygiene nel '68.
Lo scrittore fa riferimento ad un caso che Jung riportava in un suo libro, in cui raccontava di un collega che, dopo essere stato una ventina d'anni in Cina e aver assimilato usi, costumi e mentalità di quella cultura, tornò in Europa a fare il professore universitario di lingua cinese. Sembrava che, nonostante il suo déplacement non solo fisico e mentale, ma anche filosofico, dalla sua cultura originaria, al rientro si fosse ri-adattato perfettamente. Jung riferisce però che qualche mese dopo il sinologo ebbe un grave crollo, e non solo psicologico, tanto da chiedergli perché non tornasse in Cina. Dopo nemmeno sei mesi finì in un ospedale psichiatrico.
"...E' esattamente di questo genere di esperienze che mi fanno paura, spesso mi trovo davanti a diverse persone che mostrano un disadattamento tale che non può che finire in modo tragico - commenta Simenon - Mi sono sentito molto coinvolto da questi casi...".
E in un altro punto dell'intervista: "...Quello che mi ha davvero impressionato è che agli inizi della sua attività di psichiatra a Zurigo, Jung finisse talmente per integrarsi con il suo paziente, di cui scopriva molte cose, ma tanto da finire per scoprirne altrettante su sé stesso..."
Abbiamo l'impressione che Simenon ravvisasse delle anologie con il suo modo di scrivere. Quel malessere in cui scivolava in certi periodi, quel fare vuoto in sé stesso per far posto al personaggio del momento, quell'essere in état de roman di sé (che può essere letto come un'evasione, temporanea, dalla propria personalità, dalla coscienza) quel mettersi nella pelle degli altri, non fosse che un processo simile a quello subito del sinologo che estraniato dalla sua cultura non aveva retto l'impatto della reintegrazione. A quello capitò dopo vent'anni di vita in Cina, a Simenon  questo déplacement succedeva ogni volta che scriveva un romanzo. E' vero che durava per sette/dieci giorni, ma si era ripetuto centinaia di volte nella sua vita. Perché spesso protestava perché nessuno capiva il suo meccanismo creativo? Perché si lamentava di come gli altri non comprendessero che quello di creare i romanzi era una...malattia?
Forse aveva paura che in un eventuale incontro Jung scoprisse che questo suo disadattamento, sia pure temporaneo, non fosse salutare, nonché indispensabile alla sua capacità di espressione letteraria?
Siemenon che aveva letto molto di Jung non poteva non sapere della sua teoria sulla funzione trascendente che spinge l'individuo fuori di sé, su quello che lo psicoanalista definiva il livello di un pensiero inconscio collettivo. Quando la coscienza è in grado di assumere un atteggiamento positivo in merito ai risultati di questa facoltà, cioè i simboli, spiegava lo stesso Jung, si può riuscire a liberarsi dal disagio, cambiando la propria posizione rispetto ad essi assumendone una "trascendentale".
Ma questo avrebbe influito sulle sue modalità creative? Avrebbe potuto allontanare quei periodi di stato di grazia che erano la sua forza, e che gli permettevano di fare quel mestiere, senza il quale la sua vita non avrebbe avuto probabilmente nessun senso?
Erano forse queste le paure di Simenon?

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