mercoledì 8 agosto 2018

SIMENON SIMENON. LE FINESTRE E LE VITE DEGLI ALTRI

Riflessioni su un topos nella opera simenoniana, e in particolare a proposito di "La morte di Belle" 

SIMENON SIMENON. LES FENETRES ET LA VIE DES AUTRES 
Réflexions sur un topos dans l'œuvre simenonienne, et en particulier dans "La mort de Belle" 
SIMENON SIMENON. WINDOWS AND THE LIVES OF OTHERS  
Some thoughts about a topos in Simenon's works, and especially in "La mort de Belle" 


Le finestre sono il mezzo attraverso cui vivere le vite degli altri, ma "le vite degli altri può autenticamente viverle solo chi è in grado di vivere pienamente la propria, altrimenti siamo costretti a spiarle, senza poter giungere a comprenderle". A questa conclusione, tanto provvisoria quanto non particolarmente originale, approdava il percorso di lettura con cui avevo tentato di spiegare innanzitutto a me stesso la costante presenza di tale tema, vero e proprio topos, nell'opera di Simenon, giungendo ad ipotizzare che potesse trattarsi della metafora stessa dell'attività del romanziere, di colui che per vocazione, e per professione, le vite degli altri le vive fino in fondo, sostituendole, almeno temporaneamente, alla propria. L'unico, Maigret a parte, in grado di comprenderle appieno. 
Ma c'è anche un altro punto di vista, oltre a quello di chi le vite le spia, quello di colui che viene spiato, di chi, un certo giorno, intento alle proprie banali occupazioni quotidiane, nella tranquillità della propria casa, si rende conto che qualcuno, da fuori, lo sta osservando, o che comunque qualcuno potrebbe osservarlo, ed ai suoi occhi quelle banali occupazioni quotidiane, quelle espressioni del viso, quelle smorfie inconsapevoli, potrebbero assumere un altro senso, perdere la propria innocenza e divenire la fonte, o la conferma, di un sospetto. Essere interpretate come il sintomo di una vita diversa, nascosta, inquietante. Di una devianza. 
Con questa riflessione, con questo ribaltamento di prospettiva, si apre "La morte di Belle", ed è un ribaltamento gravido di conseguenze. Perché le finestre possono divenire il luogo in cui non un altro qualunque, ma la Comunità rivendica i propri diritti sulla vita dei singoli, il diritto di autotutelarsi dalla devianza appunto, da quella di un assassino, ad esempio, che le regole di quella Comunità sfida e infrange apertamente, e che per questo deve essere scoperto e punito, non solo, e non tanto, per il suo crimine, ma perché rappresenta in sé un fattore di sovversione che mette a repentaglio la sopravvivenza stessa della Comunità, le norme, tacite e ferree, implacabili, di fiducia reciproca e solidarietà che ne costituiscono il fondamento più saldo e più sacro. Tema di bruciante attualità, a ben vedere, nel conflitto fra tutela della privacy e diritto alla sicurezza pubblica. 
Ma non è necessario giungere a tanto, all'omicidio. Per insinuare il sospetto può essere sufficiente possedere una stanza tutta per sé, sottratta alla vista altruiove dedicarsi alle proprie private innocenti evasioni. Ma perchè allora, se realmente sono innocenti, questo bisogno di tenerle segrete, di nascondersi? 
D'improvviso ci si rende conto che ciò può bastare per autoescludersi, e comunque per non sentirsi più partecipi della vita degli altri, di quella vita che si svolge in quelle case tutte egualmente dipinte di bianco, così come bianchissime saranno le case di uno splendido racconto di Alice Munro, nella raccolta "Danza delle ombre felici", anch'esso dedicato alla ferocia delle regole della Comunità, ferocia pur sempre ispirata dalle migliori intenzioni. 
Ci si rende conto di avere cessato di "essere uno di loro", e che questa è la vera colpa. Ci si rende conto di non appartenere più a quel mondo di "pace e nitore", di non esservi mai appartenuti in realtà fino in fondo, a causa di certe remore, o vizi, o tare, di detestarlo in realtà, quel mondo, e di provare una segreta, colpevole, attrazione per certe strade e quartieri, per certi bar ove anche un semplice juke-box può assumere un che di peccaminoso. Di provare addirittura invidia per i reietti, per i pezzenti e barboni, per quell'uomo solo, in fuga, arrampicato su un tetto, braccato dalla polizia e dalla ferocia della folla (un altro dei temi ricorrenti in Simenon, un'altra delle sue ossessioni profonde: "Il fidanzamento del signor Hire", "La casa dei Krull", "Pioggia nera"). 
Ci si rende conto che il finale è già stato scritto, e non potrà essere il coronamento del sogno d'amore vagheggiato spiando le finestre di fronte: anche queste non mancano ne "La morte di Belle", quale simbolo illusorio di una complicità che necessita unicamente di gesti e di sguardi, che rende superflue le parole. Ci si rende conto che l'unica possibilità che ci è data è quella di affrettare il compiersi del destino. 
Forse in Simenon comincia ad affacciarsi qualche dubbio riguardo quella società americana in cui si è gettato con tanto entusiasmo, il sospetto che dietro l'immediata, plateale cordialità, le tante pacche sulle spalle e i troppi inviti a bere qualcosa, che dietro tanto ostentato perbenismo e stima reciproca si celi una ferocia non diversa da quella conosciuta nella vecchia Europa, in Africa, nelle isole solo apparentemente felici dei Mari del Sud. 

Luca Bavassano

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