mercoledì 17 agosto 2016

SIMENON SIMENON. PRIGIONIERO DI UNA GABBIA DI VETRO. VERO O FALSO?

Una leggenda metropolitana: quella del romanzo scritto in una gabbia. Ma altre gabbie ne limitarono la libertà...

SIMENON SIMENON. PRISONNIER D'UNE CAGE DE VERRE. VRAI OU FAUX ?
Une légende urbaine: celle du roman écrit dans une cage. Mais d'autres cages en limiteront la liberté…
SIMENON SIMENON. PRISONER IN A GLASS CAGE. TRUE OR FALSE?
An urban legend: that of a novel written inside a cage. But other cages will restrict freedom...


Eugene  Merle spregiudicato editore di successo nella Parigi degli anni '20, aveva messo nel suo mirino un giovanissimo scrittore belga da poco trasferitosi nella capitale francese e che aveva appena iniziato a scrivere su quotidiani, per vari feuilletton e a compilare libri su ordinazione. Non è famoso tra il pubblico (anche perché usava una ventina di pseudonimi) ma nell'ambiente dell'editoria popolare il suo nome, o il suo pseudonimo più conosciuto, Georges Sim, iniziava a girare. Questo esordiente scriveva benino almeno per quel che serviva, era velocissimo infatti collaborava con diversi editori, aveva una fantastica inventiva ed era estremamente duttile riguardo ai generi: amoroso, avventura, licenzioso, poliziesco, viaggi e scoperte, western...
Insomma Merle, che aveva fiuto per la promozione e che era sempre stato alla ricerca di azioni eclatanti e originali per promuovere i suoi giornali, stavolta credeva proprio di aver fatto centro.
Infatti aveva avuto un'idea spregiudicata e aveva sottomano il personaggio giusto per metterla in atto. Scrivere un romanzo davanti ad un pubblico, su indicazioni dei lettori dei propri giornali. L'individuo più adatto a questa sceneggiata era quel Sim, che aveva una gran voglia di farsi notare e l'idea, scommetteva Merle, gli sarebbe piaciuta e gli sarebbero piaciuti anche i 50.000 franchi che avrebbe guadagnato. 
L'idea però prende una piega troppo esibizionista. Il romanzo dovrà essere scritto in una settimana e dentro una gabbia di vetro di sei metri per sei, posizionata sulla terrazza del Moulin Rouge.
Simenon prima entusiasta, pian piano si convince che è una performance da circo che nulla a che vedere con la letteratura, e molto con i guadagni di Eugene Merle.
Comunque ci pensa la prefettura a bloccare tutto, negando i permessi per quell'installazione.
Niente "cage au verre" dunque, ma per Simenon non fu facile scuotersi di dosso critiche e addirittura il dubbio che invece la performance fosse stata portata a termine. E ancora anni dopo si favoleggiava che il fatto fosse avvenuto davvero. 
Una gabbia che lo etichettava come narratore che dà spettacolo.
Altra gabbia in cui Simenon si trovò a lungo, era dovuta alla sua velocità di scrittura. Anche quando arrivò il successo dei Maigret, anche quando iniziò a scrivere i romans durs, questo fatto che in poco più di dieci giorni scrivesse un romanzo di dodici capitoli, faceva storcere il naso a più di un critico. Questo faceva inarcare il sopracciglio a più d'uno, con il sottaciuto giudizio che "un romanzo scritto in dieci giorni cosa può valere?"
Alla fine degli anni '20 Simenon pensava che il suo "apprendistato", come lo chiamava lui, si poteva considerare concluso. Aveva scritto di tutto,in tutti gli stili, secondo le indicazioni più varie e per lettori molto diversi tra loro. Ora la tecnica non gli mancava (oltre alla naturale predisposizione e all'esperienza di scrittura giornalistica a "La Gazette de Liége"). Era il momento di togliersi di dosso la gabbia di scrittore popolare e produrre qualcosa di originale. E venne Maigret che ebbe il successo che aveva sempre sperato, soprattutto un successo che finalmente era targato con il suo vero nome Georges Simenon.
Ma sappiamo bene che il suo obiettivo era quello di diventare un romanziere tout court e che la sua apirazioni erano i cosiddetti romans durs.
Ma dopo i diciannove successi delle "Inchieste di Maigret" (edite d Fayard) nel marzo del '34 Simenon, smise di scrivere le indagini del commissario, per vari motivi.
Primo. Quello era stato il contratto con Fayard, diciannove Maigret, Ed ora il contratto era scaduto. 
Secondo. Ormai Simenon era etichettato come scrittore di romanzi polizieschi, mentre nelle sue intenzioni quello del poliziesco-seriale era solo un trampolino per raggiungere la letteratura dei romanzi.
Terzo. Non voleva distrazioni, nel  periodo in cui iniziò i romans durs, voleva essere concentrato solo su quelli e essere additato come giallista gli dava fastidio, lo limitava, era un'altra gabbia.
La sospensione auto-imposta dei Maigret dura circa quattro anni. Anni in cui andò affermandosi come romanziere, in cui si riuscì a sfilare l'ormai stretto vestito del narratore poliziesco ed entrare in quello a lui più consono di romanziere per di più della scuderia Gallimard. A quel punto il successo, il prestigio, cominciavano a far piazza pulita dei vari stereotipati cliché che nel tempo gli erano stati cuciti addosso. Ora si sentiva libero e nella piena realizzazione delle proprie aspirazioni, ma...
Ma in realtà potremmo dire che le gabbie non finiscono mai. Non sentì come una gabbia l'ambiente sofisticato ed esclusivo della Gallimard, che alla fine lasciò per un piccolo editore in erba come Presses de La Cité?
Non si sentiva in gabbia nella Francia del dopo guerra, quando nel 1945 decise di emigrare negli Stati Uniti?
E all'inverso il ritorno in Europa dopo dieci anni, non è imputabile al fatto che per vari motivi ormai negli Usa si sentiva come in gabbia e aveva bisogno della libertà che gli offriva il vecchio continente?
E anche quella meravigiosa e travolgente storia d'amore iniziata a New York con Denyse, poi sua seconda moglie e madre di tre dei suoi figli, negli ultimi tempi non era diventata una gabbia che si aprì solo con il definitivo abbandono della donna dalla villa di Epalinges in Svizzera?
E chi ci dice che in quei giorni del settembre del '72, quando si arrabbattava sugli appunti di quel romanzo "Victor" che non voleva saperne di decollare e per il quale non riusciva ad entrare in état de roman.... chi ci dice che Simenon dopo cinquant'anni di fuoriosa scrittura non si sentisse in gabbia di quella definizione che lo seguiva passo passo: romanziere a tutto tondo. Entrare nella vita dei suoi personaggi oltre che estremamente faticoso ormai la vivesse come un obbligo, in definitiva un'altra gabbia? (m.t.)

1 commento:

Gabriella Belisario ha detto...

Splendido , grazie .