mercoledì 24 agosto 2016

SIMENON SIMENON. LA SOLITUDINE DEL ROMANZERE

Il sentirsi solo è uno dei prerequisiti di chi crea un'opera d'arte. E anche di Simenon?

SIMENON SIMENON. LA SOLITUDE DU ROMANCIER
Se sentir seul est un des prérequis de celui qui crée une œuvre d'art. Est-ce aussi le cas de Simenon ?
SIMENON SIMENON. SOLITUDE FOR A NOVELIST
Feeling alone is one of the prerequisites for those who create works of art. Is this also the case for Simenon?

Quando si siede davanti ad un foglio di carta bianca o ad un finestra bianca di un computer, lo scrittore è solo. E' solo perché c'è lui e un testo che ora non esiste ancora. 
E quello che esisterà verrà fuori da lui e da nessun altro. Lui deve decidere la vicenda, il protagonista, gli altri personaggi, una location, lo stile con cui raccontare, il tenore che dovrà avere tutto il romanzo...
Insomma siamo in presenza di quella che potremmo definire "sindorme del demiurgo".
Tutt'altra cosa da una persona qualunque. Non che uno scrittore sia un individuo senza affetti, amicizie, relazioni sociali, ma nel momento in cui scrive è solo, solo per alcune ore o per tutta la giornata.
Simenon non faceva eccezione. Anzi, il suo état de roman imponeva una solitudine assoluta: don't disturb appeso fuori dalla porta, pipe pronte per essere accese, fiammiferi, matite apppuntite, vino, gli elenchi per i nomi... insomma tutto perché non avesse bisogno di nessuno. E poi, visto il suo entrare nella pelle dei suoi personaggi, potremmo quasi dire che... in quella stanza quasi quasi non c'era nemmeno lui...!
Così in Quand j'étais vieux (1960) il romanziere scriveva "...molti parlano della solitudine nell'opera di Simenon. A mio avviso si sbagliano tutto; io sono uno degli uomini meno soli, il più incapace di vivere solo... poi pian piano ho iniziato a comprendere la vera solitudine, è quella della persone che più spesso non possono che vivere contornate di gente...".
Ma la solitudine la troviamo anche nei protagonisti dei suoi romanzi. Gente che il destino strappa alla sua quotidianità, la porta via dal suo ambiente, dalla sua famiglia dal suo lavoro. E non basta un compagno di avventura o di sventura "... Pensavano alla stessa cosa, a loro due che non si conoscevano e che si erano incontrati per miracolo e che si aggrappavano l'un l'altro con una forza disperata - scriveva Simenon in "Trois chambres à Manhattan" - stretti come se sentissero già il freddo della solitudine invaderli..."
Insomma la solitudine è un ingrediente della vita e della letteratura anche quando si è in coppia, quando l'altro è lontano, distante, o anche... troppo vicino, ma non è capace lo stesso di non far avvertire la solitudine
Ma poi forse diventa anche un'abitudine, perché la solitudine spesso ci porta ad attaccarci a delle consuetudini che si consolidano nel tempo e che sempre più costituiscono una serie di appoggi che ci danno sicurezza. E così siamo tornati ai rituali che negli anni per Simenon sono divenuti irrinunciabili, gesti e oggetti senza cui gli era impossibile scrivere.
La solitudine a volte fa compagnia...o meglio accompagna che si prende il non richiesto impegno di scrivere una vicenda. (m.t.)

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