venerdì 16 dicembre 2016

SIMENON SIMENON. IL PORTO DELLE NEBBIE: LA VERITA CHE NON SEMBRA MAI VERA

L'incredibile, il comico, la nebbia e la sacralità

SIMENON SIMENON. LE PORT DES BRUMES: LA VERITE QUI NE SEMBLE JAMAIS VRAIE
L'incroyable, le comique, le brouillard et la sacralité
SIMENON SIMENON. THE MISTY HARBOUR: THE TRUTH THAT NEVER SEEMS TRUE
The uncredible, the comic, the mist and the sacredness



‘Il porto delle nebbie’ del 1932 è uno dei romanzi più celebri della serie del Commissario Maigret. Se questa fama è in parte dovuta in Italia all’omonimo appellativo dato alla Procura di Roma a causa di numerosi insabbiamenti avvenuti in passato, di per sé il romanzo rappresenta un caso particolare nella stessa produzione simenoniana.
Il capitano Joris viene ritrovato a Parigi in stato confusionale, con il cranio trapassato da una pallottola, e incredibilmente vivo. Maigret comincia a indagare sulla vita del capitano e viene improvvisamente scaraventato nel porto dove il marinaio ha servito a lungo, nella nebbiosa e misteriosa località di Ouistreham. L’intreccio è avvincente e porterà il commissario a rivelare le vite nascoste di numerosi paesani e marinai, fino a svelare i tetri retroscena della vita di un rinomato notabile.
La particolarità della narrazione è dovuta a più elementi. In primis, la trattazione dell’incredibile. Ci sono più cose incredibili in questa storia: che il capitano sia stato sparato e ricucito, e sia rimasto vivo; che la vita di Ouistreham si svolga completamente nella nebbia e gli abitanti si muovano a memoria; che Maigret riesca a risolvere il caso essenzialmente stando appollaiato su un muro a spiare da una finestra, e tante tante altre scene dalla scarsissima o traballante credibilità. Ma miracolosamente Simenon riesce a farci passare queste e altre trovate come assolutamente attendibili. Se il cranio trapassato di Joris all’inizio ci sembra una scelta azzardata, dopo pochi secondi ci risulta già reale, credibile e accettata. Si passa di azzardo in azzardo, nel romanzo, e il lettore non ha dubbi: ciò che dice Simenon è assolutamente vero, sebbene possa risultare incredibile. E questo è dovuto senz’altro alla maestria dell’autore.
Secondo punto: la trattazione del comico. Appunto perché l’autore va di azzardo in azzardo e spesso si lascia andare nel ridicolo, si ha come l’impressione che Simenon giochi a sfruttare le scene più grottesche a fini comici: come l’avventurarsi da solo su barche e abitazioni di pericolosi criminali e farsi puntualmente fregare, come il restare appoiallato alla finestra, come l’inzaccherarsi tutto cadendo come un clown qualunque nell’acqua. Il romanzo è pieno di gag, in cui il Commissario fa la figura dell’idiota. Ma sempre e puntualmente si riprende, riacquisendo il suo balzano charme, e tornando a essere l’eroe che tutti conoscono dopo pochissime righe.
Terzo punto: la nebbia. Tutto si gioca sul filo dell’invisibilità. E a Ouistreham molto spesso non si vede niente. Ciò che viene alla luce si percepisce leggermente, si intuisce, magari si origlia da dietro una porta, si spia da una finestra, si riesce a estrapolare da una sfuggente conversazione. Il vero protagonista del romanzo è la nebbia, l’invisibile, la verità nascosta sotto le coltri di ignoranza o di simulazione.
Per concludere: la trattazione della sacralità. C’è una chiesetta sulla spiaggia, che sembra il perno di tutta la vicenda, anche se con la vicenda di per sé ha poco a che fare. È la chiesetta abbandonata sulla spiaggia, la chiesetta di Nostra Signora delle Sabbie. È lì che il burbero criminale Grand-Louis si rifugia, è lì che la sorella Julie sosta in preghiera, è lì che Maigret si nasconde momentaneamente nelle ultime pagine. Questa sorta di tempio, di rifugio remoto e desolato dei personaggi del romanzo, funge da umile e nascosto feticcio, da totem che sacralizza l’intera storia avvolta nelle nebbie e la assurge ad un ruolo mistico e incantato. Come centro sacro e al contempo decorativo di un intreccio mirabile, impreziosito dai numerosi virtuosismi e registri, sfoggiati da un Simenon in stato di grazia.
  

Fabio Cardetta

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