venerdì 29 giugno 2018

SIMENON SIMENON. UN ROMANZIERE TRE VOLTE MIGRANTE

L'addio al suo Belgio per Parigi, fuga dalla Francia negli Stati Uniti e l'abbandono degli Usa per sistemarsi in Svizzera

SIMENON SIMENON. UN ROMANCIER TROIS FOIS MIGRANT
L'adieu à sa Belgique pour Paris, fuite de la France vers les Etats-Unis, et l'abandon des USA pour se fixer en Suisse 
SIMENON SIMENON. A THREE-TIME MIGRANT NOVELIST
His farewell to Belgium for Paris, flight from France to the United States, and abandonment of the United States of America to settle down in Switzerland




Migranti. Un termine che scotta. Emigrazione. Un fenomeno epocale che più d'uno si sogna di risolvere con qualche accordo più o meno segreto, sborsando qualche milione di euro più o meno o alla luce del sole... aggiungendo qualche vedetta, con un po' di muri in più... sperando di avere alcuni immigrati in meno.
Peccato che questo, come l'abbiamo definito prima è un evento "epocale", che non con le stesse forme e modalità, ma è iniziato nel '900 e certo non si fermera prima che le posizioni non si siano riequilibrate. Ed ora sono ancora parecchio squilibrate.
"Non c'è soluzione europea sugli emigranti, avanti con coalizioni di volenterosi" così i media di oggi riportano la frase della cancelliera Merkel a margine della riunione Ue proprio su questo tema.
Ma veniamo al nostro migrante, un migrante di lusso, potrà dire qualcuno. Simenon andò i paese in paese non certo spinto dal bisogno... Certo non possono assolutamente essere fatti paralleli con le gravissime motivazioni che spingono milioni di persone a lasciare i propri paesi d'origine, ma se andiamo ad analizzare bene i suoi vari spostamenti, vedremo che esistevano ragioni più che motivate e talvolta anche serie.
Allora partiamo del primo. Assistiamo ad un non ancora ventenne che lascia la sua città natale, Liegi, dove vivono ancora madre e fratello. La città in cui da qualche anno aveva un lavoro sicuro, come redattore a La Gazette de Liège, anche con delle prospettive. Non solo. Il piccolo Georges è anche fidanzato con la giovane Regine Rénchon (che lui poi chiamerà Tigy).
Insomma una situazione quasi perfetta (non fosse stato per il pessimo rapporto con la madre Henriette). Perché allora trasferirsi armi e bagagli a Parigi? Qui la motivazione non è certo economica, né politica, nessun bisogno, nessuna urgenza... 
O meglio, nulla di materiale. Quello del giovane Simenon era una sorta di imperativo categorico che lo spingeva nel posto più congeniale alle sue aspirazioni: diventare uno scrittore e più precisamente un romanziere.
L'arrivo alla Gare du Nord in un freddo dicembre del 1922 non fu dei migliori. La gente che non lo vedeva, nemmeno fosse stato trasparente, quella folla che lo sballottava qua e là. Le prime notti le passò in polverose stanze sottotetto di misere pensioni. Mangiava fette di pane su cui aveva strofinato un pezzo di formaggio. Quest'ultimo, con una tale tecnica durava moltissimo... Insomma i primi tempi non furono dei migliori. Questa sua migrazione Liegi-Parigi lo portò a star peggio e ci volle qualche anno, prima di poter vivere dignitosamente con il proprio lavoro di scrittura, ma il miraggio di ogni migrante è prima o poi di star meglio di come stava da dove è partito. E Simenon sognava di raggiungere lo status di scrittore,  sapeva bene che sarebbe stato lungo e niente affatto semplice.
Seconda migrazione. Simenon lascia la Francia per gli Stati Uniti. Forse sarebbe meglio dire che scappò dalla Francia per installarsi in un paese lontano davvero, dove non conosceva nessuno e nessuno lo conosceva. Il motivo è noto. Siamo nel '45 alla fine della seconda guerra mondiale e nello specifico alla fine dell'invasione nazista della Francia. Il Fronte di Liberazione Nazionale faceva le pulci a tutti quelli che erano anche solo in odore di collaborazionismo. E il nome di Simenon comparve in quella lista. Perchè? Fatto da chi? 
Il motivo era la sua attività con la Continental, casa di produzione cinematografica che faceva capo ai nazisti (cioé al ministro della propaganda, Goebbels) cui il romanziere aveva venduto i diritti di una serie di suoi romanzi per la realizzazione di film. Di contro non aveva ricevuto solamente soldi, ma anche un lasciapassare che gli permetteva di andare e venire tra il territorio occupato dai nazisti e quello cosiddetto libero. Questa accusa non era ben circostanziata. Le voci si incrociavano, le peggiori ricordavano che per i collaborazionisti esisteva la pena di morte. Altre suffragavano l'ipotesi che l'attività di Simenon non poteva essere considerata una forma di collaborazionismo. Insomma alcune volte sembrava che lo scrittore fosse lì lì per essere arrestato. Altre volte le accuse si affievolivano e si allontanavano come se la cosa fosse una pratica ormai archiviata. Poi tornavano le voci che presagivano un imminente processo. Questa altalena della morte non poteva non terrorizzare lo scrittore che fece tutto in suo potere per andar via dalla Francia, più lontano e più in fretta possibile. Riuscì a raggiungere Londra, dove dovette attendere mesi per imbarcarsi alla volta dell'America, con la moglie Tigy e il figlio primogenito Marc. Niente nave passeggeri. Era un cargo e loro non erano clandestini, ma nemmeno passeggeri in viaggio di piacere. 
La vista del porto di New York con la Statua della Libertà ebbe un effetto profondo su Simenon. Fu come rinascere dopo mesi di paure e angosce, venire alla luce in una condizione di tranquillità e serenità che oramai da troppo tempo gli mancavano. E poi gli Usa erano il paese delle libertà e delle grandi opportunità, fattori che alimentavano non poche aspettative nell'animo dello scrittore.
Dieci. Già, ci volle un decennio per esaurire, l'entusiasmo iniziale, cambiare famiglia (nuova moglie e figli: Denyse, John e Marie-Jo), conoscere la cultura del paese e la sua anima puritana, la sua vocazione democratica e le sue cacce alle streghe (il maccartismo)... e poi, via!  I più romantici parlano della sua inguaribile nostalgia per il vecchio Continente, i più prosaici affermano che Simenon era stufo di guadagnare in franchi e spendere in dollari (le sue "revenues" europee erano molto superiori a quelle americane dove, a livello di vendite, non aveva mai veramente sfondato. Però le sue spese lì erano tutte in moneta americana...) . E allora?
In fuga anche questa volta? Diremmo di sì, anche se non lo inseguiva il Fronte di Liberazione francese, ma poteva raggiungerlo l'ufficio federale delle tasse. Così partì prima lui da solo, per non dare nell'occhio e poi a seguire le sue famiglie (l'ex-moglie Tigy, con il figlio Marc, con la storica femme de chambre  Boule. E poi Denyse, seconda moglie, con gli altri due figli). Era il 1955. E il migrante "fiscale" Simenon approdò prima in Francia e poi scelse la Svizzera. Perché era un paese ordinato, grazioso, ben pulito, neutrale e con un bel cantone francese? Sì anche per quello. Ma non va dimenticato che l'allora governo elvetico aveva una politica fiscale molto invitante, per i ricchi come il nostro romanziere, che trasferivano lì i propri sostanziosi averi. Insomma questa ultima migrazione davvero potrebbe essere definita per "interesse economico" e il termine migrazione potrebbe addirittura risultare inappropriato oltre che inopportuno.(m.t.)       

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