mercoledì 19 giugno 2019

SIMENON SIMENON. IL COCKTAIL GEORGES.

Il mix degli elementi che rendono particolare la narrativa del romanziere

SIMENON SIMENON. LE COCKTAIL GEORGES...
Le mélange des éléments qui rendent particulière la technique narrative du romancier
SIMENON SIMENON. THE GEORGES COCKTAIL...
The mixture of elements that render the novelist’s technique particular



Quella della scrittura di Simenon è uno dei temi ricorrenti nei nostri post e non potrebbe essere altrimenti, dal momento che si tratta di un blog su uno scrittore, visto che parliamo dei suoi libri, dato che confrontiamo i suoi diversi periodi, rilevando differenze e analogie tra i Maigret i romans durs.
Leggendo e rileggendo le sue opere, ci viene in mente quello che scriviamo su questo blog e spesso rafforziamo le nostre convinzioni, altre volte troviamo degli spunti nuovi, scopriamo delle angolazioni che ci erano sfuggite e che ci forniscono spunti inediti. Anche se dopo quasi dieci anni che scriviamo sull'argomento, gli altri autori dei post ed io, questo occasioni sono sempre più rare, ma ogni tanto ci stupiamo di non aver colto prima certe caratteristiche.
Oggi cercheremo di considerare gli elementi che hanno avuto una certa influenza (quando l'hanno avuta) sulla scrittura e sullo stile del romanziere. Iniziamo da quell'opera incessante di spogliare la propria scrittura dalla letteratura. Il consiglio glielo aveva dato per prima Colette, quando gli rifiutava la pubblicazione del suo racconto Le petite idole su Le Matin, di cui era responsabile della pagina letteraria. "Meno letteratura  - gli ripeteva la scrittrice - leva tutta la letteratura. E lui se tornava a casa e limava, tagliava, accorciava, semplificava. Poi tornava, caparbio com'era. E Colette insisteva " Ci siamo quasi, ma non ci siamo ancora. Meno letteratura". Qualcun altro forse avrebbe desistito ritenendo che asciugando asciugando non sarebbe rimasto nulla del proprio racconto. Ma non Simenon. Continuò imperterrito in questa opera di "de-litteralizzazione" finché Colette giudicò il racconto degno di essere pubblicato. Fu il primo di una serie lunga, circa ottanta novelle.
E questo Simenon se lo portò sempre con sé: l'idea di essere più semplice possibile. "...ho bisogno di abbinare gli stati d'animo dei miei personaggi alle parole più semplici - spiegava lo stesso romanziere, che però si domandava - Ma questa semplicità,questo spogliare, questa studiata assenza di brio, d'arte come posso sperare che la gente la comprenda?..."  
Eppure il grande e immediato successo della serie di Maigret e quello un po' più sofferto e graduale dei romans durs, dove lo ripetiamo i linguaggi non erano poi così diversi (quando non divennero quasi sovrapponibili dagli anni '50 in poi), testimonia che la gente capiva benissimo e gradiva quel linguaggio. Anche perché l'asciuttezza della della scrittura, la brevità delle frasi, l'uso molto parco di aggettivi  e avverbi, non andava a detrimento delle descrizioni degli ambienti (le famose atmosfere simenoniane, che pure l'autore contestava), o della profondità nel costruire la psicologia di un protagonista o la complessa interazione tra due o più personaggi.
E poi i dialoghi. A volte battute secche e risposte monosillabiche. Altre volte intimi e confidenziali, dialoghi che replicavano quasi i normali discorsi della vita reale. E a volte questi dialoghi ancoravano i testi ad una lingua più realistica e quotidiana. 
Ma la sua scrittura era influenzata da fattori esterni? Qualcuno ad esempio ha notato che i romans durs del periodo Gallimard hanno un po' più di letteratura. L'ambiente e i letterati che vi pubblicavano, che certo non erano quelli di Fayard, lo condizionavano un po'? Probabilmente sì, anche se il suo metodo di scrittura in trance, l'état de roman, avrebbe dovuto tenerlo al riparo da quel tipo d'influenze.
Altra influenza poteva essere data dal fatto che scrivesse a mano oppure a macchina. In questo senso addirittura Gide gli consigliava di scrivere a macchina, perché secondo lui facilitava uno stile più immediato e pulito.
Comunque la sua tendenza ad una prosa semplice, comprensibile, con frasi brevi e parole concrete (le famose mot-matière) costituisce un comune denominatore della sua scrittura. E di questa semplicità faceva tutto sommato anche parte il contenuto numero di pagine (una media di duecento) rispetto ad atri scrittori. Dobbiamo ancora ricordare Gide che lo spingeva a partorire un'opera di peso, almeno 600 pagine (con Le testament Donadieu era giunto a 450 pagine). 
Ma la risposta di Simenon fu  memorabile. "...La mia grande opera è in realtà l'insieme di tutti i libri che ho scritto...". E questo implica anche il fatto che la scrittura di queste opere non fosse poi così diversa. 
In realtà lo stile non era un pensiero per Simenon (probabilmente qualcosa di innato e di cui non si doveva occupare?) che scriveva "...non mi preoccupo dello stile. Una volta in Je me souviens e in Pedigree ho agito differentemente e non mai osato rileggere quei libri... per paura di trovarli spaventosamente letterari...". (m.t.).

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